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RADICALI: PRESENTATO IL 'MANIFESTO PRO GLOBAL'

 
RADICALI: PRESENTATO IL 'MANIFESTO PRO GLOBAL'
Proponiamo un "nuovo inizio di libertà, innanzitutto
 
Accusiamo l'Occidente non di avere liberalizzato e globalizzato, ma di averlo fatto troppo poco.
La globalizzazione, l'integrazione delle economie, la liberalizzazione del commercio internazionale hanno determinato una crescita dell'economia mondiale superiore a qualunque altra epoca della storia. E ad avvantaggiarsene di più sono stati proprio i paesi in via di sviluppo che hanno scelto di aprirsi a questa nuova opportunità. I paesi che commerciano di più e che ricevono più investimenti dall'estero sono quelli che riducono più la povertà, e che hanno maggiori risorse per l'ambiente e per i servizi sociali. Gli investimenti e il commercio determinano più agiatezza, e questo aiuta il formarsi delle classi medie, cioè il sostegno necessario dei sistemi democratici.
E' per questo che occorre liberalizzare di più; è per questo che una battaglia da lanciare in tutte le sedi è quella per la rinuncia, da parte dell'Occidente, e innanzitutto da parte dell'Unione Europea, a quel sistema di sussidi che, fino ad oggi, ha tutelato i nostri prodotti agricoli alzando un muro insuperabile per i paesi in via di sviluppo. Ogni bovino europeo, dalla Sicilia alla Finlandia, percepisce un dollaro al giorno di sussidi: più di quanto sia oggi a disposizione di tanta, troppa parte della popolazione mondiale. Non si può continuare così: indicando, con una mano, la vergogna della miseria e dell'oppressione di una così grande area del pianeta, e, tenendo ben stretti, con l'altra, i privilegi e le protezioni che determinano quella miseria e quell'oppressione.
Proponiamo un nuovo inizio di democrazia.
Quello che avevamo creduto il secolo più violento della storia dell'umanità, il secolo delle guerre mondiali e dei totalitarismi, ha passato il testimone ad un millennio che si è aperto con il dispiegarsi delle nuove tecnologie dell'orrore e della loro inedita e devastante potenza.
Dinanzi alle sfide che questo tempo ci impone, ad essere in causa è innanzitutto il modello relativamente recente dello Stato di diritto e della democrazia liberale. Lo si può ritenere non del tutto adeguato ed efficace rispetto alle nuove e terribili emergenze, e quindi, se non da superare, certo da integrare con correzioni autoritarie e burocratiche, poliziesche e militari: perciò, la rinuncia progressiva, a partire dall'Occidente, a quote di diritto e di libertà individuali, e, insieme, alle lentezze della democrazia, come prezzo da pagare a esigenze di ordine e di sicurezza altrimenti impossibili da soddisfare. E, in parallelo, la rinuncia alla lotta contro alcune dittature, il sacrificio della difesa delle maggioranze oppresse tanto quanto delle minoranze dissidenti, come costi necessari per la costruzione della nuova unità mondiale antiterrorismo.
Si può, al contrario, ritenere che proprio quel modello, quel vagito della storia, quella realtà così giovane e già così fragile in una parte del mondo, e assolutamente sconosciuta alla stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta, debbano essere riproposti e rilanciati per tutti e per subito.
Questo è il nuovo inizio di democrazia di cui c'è bisogno.
Facendoci forti degli orrori vecchi e nuovissimi della storia umana, e insieme delle possibilità offerte dalle nuove tecnologie, dobbiamo tentare di imporre l'allargamento del perimetro della democrazia in ogni regione del pianeta.
Confermando e rafforzando la scelta di campo americana e occidentale, la milizia sul fronte che -certo, pur tra errori e inadeguatezze- ha disarmato e disarma gli aggressori, ha difeso e difende gli inermi.
Confermando e rafforzando, da Cuba alla Cina, il sostegno ai dissidenti, alle minoranze politiche, sessuali e religiose, a quanti pagano ancora il prezzo -il prezzo della libertà e della vita- a regimi sanguinari e feroci.
L'Occidente non deve più consentire che il suo denaro sia usato per far fiorire dittature e far appassire ogni speranza di libertà, per opprimere meglio e con più efficacia -con efficacia comunista, fascista, totalitaria- i diritti di milioni di donne e di uomini.
Se la politica non si misura con questo, l'11 settembre non rimarrà un episodio isolato, e le scelte dell'Occidente continueranno a portare in sé il seme del male che si vorrebbe estirpare, e che invece si continua a nutrire. E' l'ora del ricatto democratico: è l'ora di imporre che se un paese vuole usufruire di aiuti, o vedersi ridotto il debito, deve assicurare il pane della libertà e della democrazia: deve consentire ai suoi cittadini di leggere il Financial Times, di vedere la Cnn e di andare su cnn.com.
Deve consentire ai suoi cittadini di vivere nella libertà e nella democrazia. E' per questo che non possiamo essere rassicurati da Putin e da Jang Zemin: non si può accettare (lo diciamo, forti della nostra scelta di campo, innanzitutto agli amici americani) che un'alleanza tattica diventi strategia, e che a pagarne il costo siano centinaia di milioni di derelitti e di disperati, che resteranno senza volto e senza nome. Occorre invece che i dittatori di ogni segno e colore siano assicurati alla giustizia internazionale per essere sottoposti al giusto processo che meritano.
Proponiamo un nuovo inizio di laicità.
Ci opponiamo a che gli Stati si intromettano nelle scelte confessionali; insieme, ci opponiamo a che le Chiese si intromettano nelle scelte normative e legislative: la laicità degli Stati, la distinzione tra peccato e reato, tra norma morale e norma giuridica, rappresentano la miglior difesa possibile anche per la libertà religiosa.
In particolare, la Chiesa cattolica romana ha il pieno diritto di diffondere i suoi messaggi, la sua parola.
Difenderemo, e difenderemo fino in fondo, questo diritto.
Ma da un lato chiediamo ai responsabili politici di non consentire che le legittime convinzioni morali di alcuni si traducano in imposizione o in proibizione per tutti gli altri.
E dall'altro rivendichiamo il nostro diritto di laici, di liberali, di antifondamentalisti, a denunciare che il risultato concreto delle politiche proposte dalle gerarchie vaticane sarebbe quello di proibire terapie e di imporre sofferenze. Opporsi alla diffusione dei metodi contraccettivi significa consegnare continenti interi alla malattia e alla morte, più ancora di quanto accada già adesso. Opporsi alla libertà della ricerca scientifica significa togliere una speranza di vita e di guarigione a milioni di malati. Opporsi alla libera scelta dell'individuo in materia di eutanasia significa imporre una morte senza pietà e senza dignità.
Proponiamo un nuovo inizio aperto agli outsider. In Italia, le attuali rigidità del mercato del lavoro colpiscono proprio i più giovani. I ragazzi italiani, in Europa, sono fra quelli che sono più disoccupati, e che rischiano di rimanerlo più a lungo. E, quando entrano nel sistema, devono versare un terzo del proprio stipendio lordo in contributi, per pagare la pensione di anzianità a cinquantenni che nel frattempo continuano a lavorare in nero. I disoccupati di ieri, che saranno i non-pensionati di domani, devono pagare il pedaggio ad una generazione privilegiata, che ha troppo spesso deciso, votato e scioperato contro i propri figli, che non potevano né decidere, né votare, né scioperare.
Occorre scrivere uno statuto degli outsider, di quanti -giovani, piccoli e piccolissimi imprenditori, lavoratori del privato, disoccupati, sottoccupati, pensionati sociali e al minimo, immigrati- sono e restano fuori dal fortino delle garanzie e dei privilegi.
Occorre costruire, anche nell'accesso alle professioni, una società più aperta e meno corporativa: in America, il nero, il nero povero Colin Powell, è potuto divenire quel che è divenuto; in Italia, perfino per avere buone chances di divenire notai, bisogna essere figli di notai.
Occorre superare in ogni settore, dalla sanità alla scuola alla ricerca scientifica, le incrostazioni monopolistiche, e favorire quella competizione tra pubblico e privato che offre più scelte, più opportunità, più servizi per ciascun cittadino.
Questa Italia degli outsider, dei non garantiti, priva di tutele sindacali e corporative, è oggi senza volto e senza voce: silenziata, prima ancora che silenziosa. Ci proponiamo di restituirle parola e forza.
Proponiamo un nuovo inizio di nuovi diritti.
In troppi, in questi decenni, e troppe volte, hanno preteso di decidere in nome e per conto del singolo: Stato, Chiesa, famiglia, partito, sindacato. Sappiamo invece -dal divorzio all'aborto- che le conquiste più grandi, le conquiste di libertà che non hanno lasciato sconfitti sul campo, ma hanno rappresentato una vittoria per tutti, anche per chi le aveva avversate, sono state il frutto delle scelte individuali degli elettori, per lo più compiute per via referendaria, liberandosi di gioghi e giochi di Palazzo.
Occorre ripartire da qui: come sull'economia, così anche per i diritti civili, bisogna allargare la sfera delle decisioni individuali e private rispetto a quella delle scelte pubbliche e collettive. Con la direzione di marcia dell'antiproibizionismo e non della proibizione, della legalizzazione e non della legge della giungla.
Per legalizzare le droghe, e smettere di farsi rovinare la vita per una canna. Per sapere di più sulla contraccezione, sulla pillola del giorno dopo e sulla RU486, e amarsi con qualche angoscia in meno. Per legalizzare le coppie di fatto, dando uguale dignità ad ogni diverso amore. Per la libertà terapeutica e di ricerca scientifica, ridando una speranza a milioni di malati.
Per correre il rischio di essere tutti un po' più liberi e un po' più felici. (RRML)

Pubblicato il 20/2/2003 alle 12.49 nella rubrica No "No Global".

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