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11 dicembre 2007

Mala-Giustizia.UCCISE UNA SUORA SETTE ANNI FA: GIA' IN SEMILIBERTA'

 CON AMBRA, FUORI DAL CARCERE ANCHE LE ALTRE DUE COMPLICI
UCCISE UNA SUORA SETTE ANNI FA: GIA' IN SEMILIBERTA'
Il tribunale di sorveglianza ha concesso la semilibertà ad Ambra, la giovane che il 6 giugno di sette anni fa uccise insieme a due amiche suor Maria Laura Mainetti. Uscirà tra pochi giorni dal carcere di Torino dove è detenuta e dove dovrà rientrare solo la notte. Con lei sono fuori dal carcere tutte e tre le responsabili dell'omicidio compiuto «nel nome di Satana». Ambra, considerata dai giudici la regista dell'esecuzione, dovrà fare volontariato. La sua pena è stata ridotta dall'indulto e per la buona condotta. Il termine della condanna è fissato per il 12 novembre del prossimo anno. Insieme a Veronica e a Milena massacrò con 19 coltellate la religiosa, 61 anni, per la quale è in corso la causa di beatificazione. Le ultime parole della suora furono di perdono nei confronti delle assassine. Veronica e Milena, ritenute parzialmente incapaci di intendere e di volere, furono condannate a otto anni e mezzo di carcere. Veronica lasciò il carcere il 4 luglio 2004 dopo aver scontato metà della pena e fu affidata in una comunità romana. Il 2 maggio 2006 fu la volta di Milena, che lavora nel centro Exodus di Grezzana (Verona) gestito da don Mazzi. La scorsa settimana il tribunale ha deciso per Ambra (condannata a 12 anni e quattro mesi), che ha proseguito gli studi in carcere ed è al terzo anno di Giurisprudenza.




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15 novembre 2007

Porcate da Corte d'Appello . Violenta disabile,giudici:"Fatto lieve"

Aveva violentato una disabile minorenne
con problemi psichici a Campomarino   
(Campobasso) più volte in due mesi,men-
tre l'accompagnava in taxi a scuola:non
andrà in carcere.                     
Il tassista, 78 anni, è stato condanna-
to in primo grado a 3 anni e 8 mesi di
reclusione, ma la Corte d'Appello di  
Campobasso, pur avendo riconosciuto la
violenza sessuale, non solo ha ridotto
la pena a due anni, ma ha deliberato la
sospensione della pena perché per i   
giudici "il fatto è di lieve entità". 




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17 luglio 2007

Volete capire qualcosa di più, sulla "giustizia" sinistra???

Il fratello di Borsellino: «Mancino ora sveli perché incontrò Paolo»
( Questo Mancino, è il vice di Napolitano al CSM )

Di Redazione 

 Da Palermo

«Chiedo al senatore Nicola Mancino, del quale ricordo negli anni immediatamente successivi al 1992 una lacrima spremuta a forza durante una commemorazione di Paolo a Palermo, di sforzare la memoria per raccontarci di che cosa si parlò nell’incontro con Paolo nei giorni immediatamente precedenti alla sua morte. O spiegarci perché, dopo avere telefonato a mio fratello per incontrarlo mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, a sole 48 ore dalla strage, gli fece invece incontrare il capo della Polizia Parisi e il dottor Contrada». Lo dice Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo ucciso dalla mafia il 19 luglio ’92, in una lettera aperta in cui chiede risposte alle tante domande che non gli «lasciano pace». Da quell’incontro, spiega, «Paolo uscì sconvolto». Secondo il fratello «in quel colloquio si trova sicuramente la chiave dalla sua morte e della strage di Via D’Amelio».


«C’è una questione morale anche dentro la magistratura»
Di Redazione

«C’è una questione morale anche all’interno della magistratura». L’accusa, pesante, è del sostituto procuratore di Catanzaro, Luigi De Magistris, titolare delle indagini sul presunto comitato d’affari politico-massonico con base a San Marino per la gestione di fondi Ue, che vedrebbe coinvolto anche il premier Romano Prodi. Nel corso di un’intervista che andrà in onda questa sera alle 21 su Rai3. «Pur non potendo parlare delle indagini - afferma De Magistris - posso però dire che in questo momento in Calabria I due grossi business sono il traffico della droga e I finanziamenti pubblici. Se parliamo di erogazioni pubbliche c’è una nuova forma di criminalità organizzata, quella dei colletti bianchi, cioè formata da pezzi importanti delle istituzioni, della politica, delle professioni, del mondo finanziario». Intanto il procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi, sarà sentito dal Csm sul caso «Poseidone».


I brigatisti in carcere scrivono ai centri sociali attraverso il web

Di Redazione
L’acqua in cui nuotare ora la trovano sul web. Sul sito del centro sociale Gramigna di Padova - frequentato in passato da buona parte dei presunti Br arrestati fra febbraio e luglio - è comparsa una lettera scritta in carcere il 3 luglio da Alfredo Mazzamauro. Lo studente padovano fa sapere ai «compagni» di essere stato trasferito a Spoleto con l’aereo e poi con un furgone, e di apprezzare il miglioramento rispetto a San Vittore: «In cella siamo ben attrezzati - scrive - un compagno politicizzato ha pure il computer portatile». «Un’altra cosa interessante - fa sapere il presunto BR - sono gli innumerevoli corsi che si possono svolgere. Io sono iscritto a uno di grafica avanzata». «Dal carcere di Spoleto per il momento è tutto», saluta il detenuto. Quella di Mazzamauro è solo una delle lettere di arrestati ospitate sul portale, che pubblica anche un «indirizzario dei compagni in carcere».




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2 giugno 2007

L'indegno governo comunista Prodi .Perché nessuno, neanche a sinistra, si fida più di Prodi

 Europa 2
agence de presse
 
europa2@free.fr
 
 Perché nessuno, neanche a sinistra, si fida più di Prodi
 
 Come si fa in effetti a fidarsi di uno che, per esempio, si è reso protagonista di uno degli abusi più squallidi che si possono immaginare ?
 Vale a dire una legge da lui promossa, con la quale ha imposto con l’inganno la propria volontà al Senato della Repubblica italiana e alla magistratura, compresa la Cassazione, e che costituisce un attentato particolarmente inquietante ai principi fondamentali di uno Stato di diritto, e della democrazia.
 E ciò per favorire in modo smaccato una serie di cooperative - naturalmente bolognesi, cioé della sua regione - in danno di 180 cittadini, modesti ex proprietari di campagne nei dintorni di Napoli.
 I quali erano stati privati delle loro terre da quelle cooperative per « urgenti ragioni di pubblica utilità » (cioè per costruirvi d’urgenza degli alloggi per i sinistrati dal terremoto del Vesuvio del 1980) e hanno dunque diritto ad essere risarciti. 
 Per cui hanno chiesto ovviamente a dette cooperative indennizi e risarcimenti del danno.
 Ciò in linea con le vigenti leggi e l’attuale orientamento della magistratura, sicché i tribunali hanno dato loro ragione.
Quelle cooperative si sono dunque trovate di fronte alla prospettiva di dover sborsare alcuni milioni di euro…
 Ed ecco Prodi intervenire dapprima con un decreto legge, da lui promosso, il quale dispone semplicemente che questi modesti ex proprietari, che sono stati privati di forza delle loro terre, non possono pretendere risarcimenti !
 Decreto legge che dunque mette sotto i piedi ogni principio anche Costituzionale del diritto di proprietà, e spazza via e nullifica ogni ovvia decisione in materia della magistratura, compresa la Cassazione…
 Sicché quei 180 modesti cittadini non solo non dovranno ricevere un euro, ma si troveranno schiacciati dalle spese legali, onorari ad avvocati e consulenti tecnici che hanno dovuto incaricare per i loro ricorsi.
 Comunque un decreto legge, com’è noto, dopo un certo tempo deve essere cambiato in legge dal Parlamento, sennò decade. 
 E, a dire il vero, sembrava un pò difficile far digerire ai parlamentari questa impostura, chiaramente destinata a favorire indebitamente quelle cooperative bolognesi.
 Ed ecco il Prodi ricorrere ad un altro inganno : nella relazione che illustra il conseguente disegno di legge, a sborsare quei soldi non appare affatto che dovevano essere le cooperative, ma… lo Stato !
 Si tratta quindi di evitare pesanti oneri finanziari allo Stato, pari a circa 10 milioni di euro…
 Sennonché un legale di buona parte dei 180, l’avvocato Raffaele Fattoruso di Pompei, provvide ad allertare alcuni senatori,  segnalando il piccolo dettaglio che non era lo Stato a dover sborsare quelle somme ma proprio le cooperative, come costantemente stabilito dalla Magistratura, compresa la Cassazione a Sezioni Unite. 
 E così i senatori (fra i più attivi Raffaele Tecce di Rifondazione comunista, oltre a Marcello De Angelis di Alleanza nazionale) avevano cercato di sventare l’impostura con  un emendamento in aula che la impediva.
 Ma non sia mai detto che la volontà del Senato della repubblica italiana prevalga su quella del Prodi… Chi credono di essere questi senatori ?
 Sicché l’emendamento fu fatto ritornare inopinatamente ad una “commissione di bilancio”, che lo bocciò malgrado l’opposizione di alcuni componenti fra cui quelli di Rifondazione comunista, e stabilì che non doveva più essere ripresentato al Senato !
 Conclusione, il buon Prodi ha avuto il potere di imporre la propria volontà, e quella di certe cooperative bolognesi, al Senato della Repubblica italiana e alla magistratura, compresa la Cassazione...
 Come si vede, si tratta di un attentato particolarmente inquietante ai principi fondamentali della democrazia, e di uno Stato di diritto.
 E di un caso che illustra in modo impressionante il modo di agire del buon Prodi... E chissà quante altre ne ha combinate di cose del genere, viene immediato chiedersi anche a chi è di sinistra.
 Come si fa a fidarsi di un tipo del genere?
 Non c’è dunque da sorprendersi se nessuno si fida più di lui, neanche a sinistra.
 
Affare da seguire...




permalink | inviato da il 2/6/2007 alle 0:35 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 marzo 2007

Ecco dove sta il vero problema della magistratura : e nessuno li punisce.

Savoia-gate/ Il caso finisce nel nulla. Woodcock? Ha messo in carcere persone senza prove
 
Una testa coronata sbattuta in carcere senza prove. Un'estate con le immagini di potenti, divi e dive, sbattuti in prima pagina. E non per celebrarli, ovviamente. Ora, un pubblico ministero messo sotto processo (metaforico) dai colleghi. Et voilà. Mentre si gonfia vallettopoli, si sgonfia savoiagate. Sali e scendi delle inchieste di John Henry Woodcock, il magistrato chiamato il "mastino". Segni del destino?
Ma ripercorriamo I fatti. L'inchiesta dalla quale ha origine vallettopoli riguardava - principalmente - Vittorio Emanuele Principe di Savoia, trasferito in carcere il 16 giugno scorso. E il sindaco di Campione d'Italia Roberto Salmoiraghi, Elisabetta Gregoraci e vip della televisione e dello spettacolo. Nonchè qualche politico (Sottile) e qualche giornalista (Buonamici). Il caso fece scandalo e - come nelle migliori famiglie - fece un figlio, chiamato "Vallettopoli". Mentre Corona e soci venivano trasferiti a Potenza da Woodcock, a Como si celebrava la morte di "Savoiagate". Ecco l'epitaffio: richiesta archiviazione dalla procura lariana, alla quale era arrivato il fascicolo per competenza territoriale.
Proprio a Como Woodcock subisce l'attacco più duro. Non quello di politici, innocenti o colpevoli. Ma quello dei suoi colleghi. Degli esperti, di quelli che se ne intendono. Secondo quanto riportano le agenzie di stampa, infatti, "I Pm comaschi stigmatizzano la totale assenza di attività di osservazione a supporto e riscontro delle ipotesi. Ovvero: non vi furono pedinamenti ed appostamenti. Woodcock -  secondo la Procura lariana - ha spedito in carcere quel 16 giugno diverse persone solo su una teoria costruita su delle 'grasse' battute da bar ma senza spedire qualcuno a controllare, filmare, documentare che quelle frasi non erano". Insomma, le manette ai vitelloni scattarono inutilmente. Erano rei solo di aver fatto qualche battutaccia di troppo. "Proprio leggendo gli 'omissis' (a proposito, proprio in un omissis era contenuto il nome di Sircana, "crocifisso" per vallettopoli... Ndr) - secondo fonti giudiziarie - sulla trascrizione delle intercettazioni che il magistrato potentino aveva messo nel trasmettere gli atti a Como, si comprende come emerga non un dialogo tra criminali consumati ma un florilegio di smargiassate".
"Per capire che quelle frasi intercettate dalla Procura di Potenza erano solo 'smargiassate' bastava  leggere parola per parola la loro trascrizione. Ma qualcuno non ha voluto farlo", dice uno degli indagati, protetto dall'anonimato, timoroso di quei giornali che per mesi l'hanno sbattuto in prima pagina. Chi invece gongola è il sindaco di Campione d'Italia Roberto Salmoiraghi: "Accolgo con enorme soddisfazione la scelta della procura".
Cosa succederà adesso, dalle rive del Lario al capoluogo potentino? Sicuramente il gip dovrà valutare la richiesta di archiviazione avanzata dai pm Maria Vittoria Isella e Mariano Fadda. Non è quindi ancora detto che la storia sia definitivamente chiusa. Anche se questa pare essere la strada tracciata. E a Potenza Woodcock sarà nei guai, metaforicamente parlando. Perchè gli mancherà l'appoggio di quell'inchiesta originale per I clamorosi sviluppi del fascicolo che ha partorito.




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30 gennaio 2007

IL GIUDIZIO DI SALOMONE. Un classico aggiornato

 

IL GIUDIZIO DI SALOMONE.
 Un classico aggiornato

                                           Re Salomone rinvia

-Oh Salomone,Gran Re dei Giudei, mi sia resa giustizia. Questa vipera sterile ha succhiato il mio sangue. E' entrata di nascosto nella mia casa e ha preso il mio figlio dalla culla. Ora pretende che mio figlio sia suo, quando tutti sanno che il suo utero è ricolmo di sabbia del deserto.- Così parla la prima donna.
-Oh Salomone, Signore di tutti i popoli, Re delle tribù di Palestina, questa donna è pazza furiosa, vuole rubare il frutto maturo del mio albero. Vuole prendersi con l'inganno e false parole il mio unico figlio. - Così parla la seconda donna.
Salomone seduto sul trono nella Sala delle Udienza fatica a controllarsi, serra la mano attorno alla coppa di vino e miele, guarda adirato il capo delle guardie.
-Ma chi le ha fatte entrare queste due?-
Il capo delle guardie allarga le braccia.
 -Mio signore hanno preso a morsi e graffi le guardie, due furie.-
Salomone alza la mano a farlo tacere. Ci penso io, sono o non sono il Grande Re dei Giudei.
-Che volete voi due?-
Salomone cerca di imporre la sua autorità alle due donne. Ma le due furie non gli badano e gridano in coro.
-Giustizia, grande re.-
Salomone scuote la testa e picchetta con la mano destra sul bracciolo d'oro del trono.
-Voi due date i numeri. Quale giustizia? dove vi credete di stare. Prima di tutto vi dovete nominare un avvocato, poi saranno presentate le istanze, poi verrà fissata l'udienza. Andate, andate.
Le due donne sono portate fuori. Una delle guardie sussurra comprensivo.
--Meglio se vi mettete d'accordo. Salomone pensa solo a fare guerre per prendersi le vergini schiave in Egitto. Date retta a me, lasciate stare. La conoscete Sara, la cognata di Abramo? Un mercante di Tiro le vendette una stoffa porporina che si stinge. Stanno in causa da sette anni. -
Le due donne si guardano, si interrogano mute e incerte.
-Il bambino lo teniamo un mese per una.- Propone la prima.
-Tienimelo un attimo in braccio che mi tiro su una calza.- Le risponde la seconda.




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29 gennaio 2007

Malagiustizia

Caso Abu Omar, Pollari: ''Mi sento vittima sacrificale''
Le dichiarazioni spontanee dell'ex direttore del Sismi: ''Mi sento un capro espiatorio per una situazione normativa che non mi permette di esercitare il diritto di difesa''

Nella foto Infophoto, Nicolò PollariMilano, 29 gen. (Adnkronos/Ign) - ''Mi sento la vittima sacrificale, una vittima inerte, un capro espiatorio per una situazione normativa che non mi permette di esercitare il diritto di difesa''. Questo ha dichiarato il generale Nicolò Pollari, davanti al gup Caterina Interlandi nel corso della seconda udienza preliminare avviata sul caso relativo al rapimento di Abu Omar, procedimento nel quale l'ex direttore del Sismi è imputato.

Nel corso delle sue dichiarazioni spontanee, il generale Pollari non ha voluto fare riferimento a fatti specifici. L'ex direttore del Sismi ha dichiarato di essersi sempre opposto a qualsiasi azione illegale come testimonia un lungo elenco di documenti, circa un'ottantina, coperti da segreto di Stato.

Sempre questa mattina i difensori del generale Pollari hanno chiesto al gup di sospendere l'udienza per poter sollevare davanti alla Corte costituzionale un ricorso sull'articolo 202 del codice di procedura penale laddove afferma che l'imputato non può invocare il vincolo del segreto di Stato. Proprio il segreto di Stato, vanno ripetendo i legali da mesi, copre dei documenti che proverebbero l'innocenza dell'ex direttore dalle accuse che gli sono state mosse.

Nel corso dell'udienza, scontro violento tra il procuratore aggiunto Armando Spataro e i difensori di Marco Mancini. Questi ultimi, in particolare, hanno denunciato oggi davanti al gup l'omesso deposito di materiale relativo all'inchiesta condotta, facendo riferimento in particolare ad una relazione della Digos, a video, foto e intercettazioni effettuate sull'ex imam. Per questo hanno chiesto la nullità del decreto di fine indagine e della richiesta di rinvio a giudizio. Ma alla loro eccezione, stando a quanto hanno riferito gli stessi legali in una pausa dell'udienza, l'accusa ha reagito i termini definiti "veementi" e con particolare durezza.

L'udienza è stata aggiornata al 6 febbraio. Per quella data il gup deciderà se interrompere il procedimento milanese e rivolgersi alla Consulta oppure se respingere l'istanza e procedere oltre.




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28 gennaio 2007

I processi civili sono lenti.



Non mi mandano il falegname   

Balle, I processi civili sono lenti. Balle. Un identico processo a Bolzano si conclude in un anno, a Milano in due, A Roma in quattro, a Napoli in otto, nella provincia di Avellino in Irpinia dura fino al prossimo terremoto che ci metterà una pietra sopra tra due o trecent’anni, da Palermo non si hanno notizie. Non ci sono processi lenti, ci sono avvocati furbi e giudici che li lasciano fare.
Il presidente del tribunale civile di Roma è stato intervistato, si è sentito il suo penoso farfugliare per giustificare la facilità con cui chiunque si può impadronire di un fascicolo magari di sabato. -Le porte delle cancellerie si aprono facilmente, non mi mandano il falegname.- Va detto che il furto di un fascicolo non è gran cosa, contiene copie. Ma i fascicoli sono immagazzinati anche nei corridoi. E qui di nuovo l'eterno lagnio del non ci sono mezzi adeguati, ci lamentiamo continuamente col ministero di grazia e giustizia. Ora, caro il nostro buon presidente del tribunale, qualsiasi commessa di supermercato le insegna che lo spazio occupato dipende dalla velocità di vendita, insomma più i processi durano più fascicoli si ingrassano e si ammucchiano. 
La sala dei computers, sempre al tribunale civile di Roma, è uno stanzone dotato di una trentina di pc con le carte dei processi passati allo scanner e inseriti. Torme di giovani avvocati fanno la fila per accedere e leggere i files. Si prende il numeretto, e si aspetta, a spese del cliente. Qualsiasi tizio disponga del tesserino di avvocato può accedere e leggere le carte processuali di qualsivoglia cittadino, detto in buon italiano si può immischiare dei casi tuoi e magari trarne profitto, se è un tantino furbo e un altro tantino disonesto. Il cittadino non può leggere i files del suo processo, deve mandare un avvocato, il quale chiederà una copia su dischetto (0ibò) anticipando qualche centinaio di euro di bolli e balzelli, ma il dischetto copia glie lo danno tra qualche giorno, settimana o mese, dipende, per cui dovrà tornare a ritirarlo sempre a spese del cliente.
Qualsiasi pirla informatico avrebbe assegnato un codice segreto a ogni processo, per modo che solo chi ha il codice legge i files. Il codice deve essere dato solo alle  persone interessate. I files devono essere disponibili anche per il cittadino parte in causa. L'ultimo dei paria tra i consulenti di organizzazione avrebbe suggerito di mettere i files da leggere su uno spazio internet, in modo che chi dispone del codice se lo consulta a casa o nello studio del suo avvocato. Inutile aggiungere che questo sistema renderebbe inutile le cancellerie e i loro danni e malanni, in quanto gli avvocati potrebbero aggiornare e inserire dati direttamente dal loro pc, usando codici segreti e firme digitali. nei casi più riservati si può ricorrere alla crittografia. 
Pare che il guardasigilli abbia promesso miracoli informatici per il 2011. Carta canta villan dorme. Intanto il guardasigilli metta una inserzione sui principali giornali in tutto il mondo: 

Primario governo della Unione Europea 
  cerca 
   esperte società di informatica per i servizi delle
cancellerie dei suoi tribunali. 
                              
Le società prescelte dovranno fornire alle persone
 dotate di codice di accesso i files 
 dei procedimenti giudiziari.         
                              
I servizi saranno pagati alle società direttamente
 dagli utenti a  prezzi di mercato.

A questo punto ci si può attendere ragionevolmente che società Usa, o tedesche, piombino  col loro software bello e pronto, lo facciano adattare dai loro programmatori free lance indiani, assoldino part-time una schiera di studenti di legge italiani per inserire i dati passati, offrano sul mercato i servizi. Uno studio di avvocati tradizionalisti non ne vuole sapere di questa novità? pazienza. Però ci deve essere libertà di informazione per gli altri. Cosa significa? Che un avvocato può mettere sul suo biglietto da visita o sui giornali - Studio Achille Muovi Ilculo, abbonato ai servizi Fast-Court-Case.-
Non sarà male avere più società di servizi in concorrenza.
Perchè, caro il nostro nuovo ministro guardasigilli, si sono sentiti rumori sulla scelta e il controllo delle società domestiche  indigene di informatica che operano per il tribunale. Ben da prima che lei assumesse il suo infame incarico , beninteso. 
gdc
continua....

http://www.newsblog.it/index.htm




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24 febbraio 2006

Magistratura indipendente?

GIUSTIZIA: NANIA, CIAMPI COLPISCE UN'ALTRA VOLTA NEL SEGNO
Roma, 24 feb. (Adnkronos) - "Ancora una volta il Capo dello Stato, Ciampi, ha colpito nel segno, raccomandando ai magistrati di essere imparziali e di apparire tali. Se cosi' fosse, se tutta la magistratura tenesse questo comportamento sarebbe piu' semplice comporre ogni conflitto con la politica, rendendo piu' efficiente la macchina della giustizia. Ma purtroppo cosi' non e', come testimoniano le cronache di questi anni e di questi giorni, che riportano le gesta ostentate di numerosi magistrati schierati apertamente con la sinistra". Lo dichiara il presidente dei senatori di An, Domenico Nania, commentando le affermazioni del presidente della Repubblica.

La magistratura fa politica altro che storie

Roma, 24 feb. (Adnkronos) - ''Ieri la candidatura di un magistrato a sindaco di Bari per i Ds, oggi a Bologna un magistrato che passa dal ruolo della magistratura a quello di assessore nella giunta Cofferati. E' una idea di una magistratura che parteggia, che come tale subito dopo viene transitata nei ruoli della politica e della sinistra''. Lo ha detto il presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, nel corso di una intervista al Tg3.

GIUSTIZIA: PATRONO, DENUNCIAMO MELE MARCE PER ESSERE INATTACCABILI
Roma, 24 feb. - (Adnkronos) - La magistratura deve essere capace di riconoscere i propri ''difetti'', il ''tallone d'Achille'': ''se c'e' qualcuno che lavora poco, male o addirittura per conto terzi, lo dobbiamo denunciare perche', a chi vuole colpire al cuore la magistratura basta trovare una sola mela marcia tra di noi''. E' il forte richiamo di cui si fa interprete il segretario di Magistratura Indipendente Antonio Patrono al suo intervento al congresso dell'Anm, il 'sindacato delle toghe' nel quale siede anche ai vertici come segretario. Il leader di MI denuncia anche il ''correntismo'' che definisce ''una degenerazione della politica associativa'': ''esiste, lo dobbiamo ammettere'', dice Patrono invitando i colleghi a trovare strade per superare certe logiche.




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21 luglio 2005

Da Carlos una pista araba porta alla strage di Bologna -

Da Carlos una pista araba porta alla strage di Bologna -
 
 GIAN MARCO CHIOCCI -

Per la strage di Bologna si riapre la pista araba. A un quarto di secolo dall'attentato passato alla storia (giudizaria) come l'exploit della strategia della tensione di marca «fascista», affiorano nuovi documenti che conducono in tutt'altra direzione: verso le frange estremiste arabo-palestinesi vicine a Gheddafi, verso la rete internazionale del terrorista Carlos «lo sciacallo», verso ciò che alcuni governanti dell'epoca avevano provato a denunciare incassando una sequela di insulti.
 
L'11 luglio del 1980 - tre settimane prima della strage - il prefetto Gaspare De Francisci, capo dell'Ucigos (l'antiterrorismo della polizia) allertava le autorità di sicurezza sulla possibilità di «ritorsioni» verso l'Italia da parte del Fronte popolare di liberazione della Palestina, frangia marxista dell'Olp. La missiva, sigillata in doppia busta, era indirizzata al Sisde ma anche al questore di Bari, perché proprio in quel periodo il carcere di Trani ospitava il giordano Abu Anzeh Saleh,esponente del Fplp in Italia, la cui condanna in primo grado per il ritrovamento di due missili terra-aria ad Ortona era al centro dell'allarme del Viminale.
 
«Fonte qualificata - scriveva De Francisci - ha riferito che la condanna dell'arabo Abu Anzeh Saleh ha determinato negative reazioni negli ambienti del Fplp e non viene escluso che, da parte della stessa organizzazione, possa essere tentata una ritorsione nei confronti del nostro Paese». La «soffiata» arrivava proprio dalla questura del capoluogo emiliano (dove Saleh aveva vissuto a lungo) la quale l'aveva girata al Viminale l'8 marzo del 1980,
a tre mesi dalla strage di Ustica, a cinque da quella alla stazione di Bologna.

Già il 15 gennaio dell'80 l'Ucigos aveva segnalato che «George Habbash, leader del Fplp, contrariato per l'arresto del Saleh e la conseguente dannosa pubblicità per il suo Fronte, starebbe manovrando “contatti” informali con ambienti diplomatici arabi per far pressioni sul governo italiano al fine di ottenerne il rilascio.
 
Il leader del Fplp - prosegue la nota - non escluderebbe il ricatto terroristico nei confronti dell'Italia pur di far liberare il Saleh,anche perché quest'ultimo conoscerebbe le strutture clandestine del Fronte ed i suoi collegamenti politici occulti. La stessa fonte riferisce che in passato altre armi sarebbero state “sbarcate” in Italia per costituire un deposito di armi, probabilmente a Roma, utilizzabile sia da terroristi italiani dell'area dell'Autonomia che da “gruppi operativi” del Fplp per azioni in Europa occidentale».

Ma per dipanare la matassa occorre soffermarsi sulla figura di Abu Anzeh Saleh, nato ad Amman il 18 maggio 1949,arrestato nel novembre '79 a Bologna perché coinvolto, assieme a tre militanti dell'Autonomia operaia, nelle indagini sul ritrovamento di due missili Sam-7 Strela, pronti ad essere imbarcati al porto di Ortona con destinazione Libano. Informative d'intelligence descrivono Saleh come il responsabile del Fplp in Italia per le attività militari e il rifornimento di armi. Quando nel febbraio 1974 il Viminale ne dispone l'allontanamento dall'Italia, secondo gli 007 sono «esponenti del Pci» a tentare - invano - di ottenere la revoca del provvedimento.

Qualche mese più tardi le frontiere si aprono di nuovo per lui, e il permesso di soggiorno gli viene rinnovato grazie ai buoni uffici del colonnello Stefano Giovannone, capocentro Sismi a Beirut, che secondo una imminente interpellanza parlamentare sarebbe l'«ufficiale pagatore» di una giornalista che intervistando l'esponente Olp Abu Ayad rilanciò la «pista nera» per la strage di Bologna.
 
E proprio su questi intrecci libico-palestinesi l'ex capogruppo di An alla commissione Stragi, Enzo Fragalà,aveva invitato in tempi non sospetti a focalizzare l'attenzione per «rivedere» l'iter processuale che aveva portato alla condanna per strage degli ex esponenti dei Nar, Francesca Mambro e Valerio Fioravanti.

Il nome di Saleh ricorre soprattutto nell'inchiesta del magistrato francese Louis Bruguière sulla rete dell'Osama Bin Laden degli anni Ottanta, ovvero Ilich Ramirez Sanchez, noto come Carlos «lo sciacallo». Fra le carte di Mourkabal Michel Walib, braccio destro di Carlos, spunta un appunto con un indirizzo di Bologna («via S.Pio V 13, secondo piano a sinistra») e una parola d'ordine per accedere in un appartamento con granate, dinamite, detonatori, congegni a tempo. A quell'indirizzo corrispondeva il covo bolognese di Abu Anzeh Saleh. Il processo d'appello per i missili di Ortona (iniziato nell'estate del 1980) si conclude nel gennaio '82 fra accese polemiche: le condanne, infatti, vengono ridotte per tutti gli imputati da sette a cinque anni.
Ma c'è di più. Si scopre oggi che nel dicembre '79 il direttore del Sismi

Giuseppe Santovito, avrebbe consegnato all'allora premier Francesco Cossiga un appunto nel quale si sosteneva l'estraneità dei palestinesi nell'affaire dei razzi micidiali. Cosa non vera, poiché pochissimi giorni dopo proprio Habbash se ne assumeva la paternità in una lettera ai magistrati e al governo italiani. Cossiga andò su tutte le furie, e fu per un soffio che Santovito non ci rimise il posto. Sarà anche per questo che l'ex presidente emerito si dice certo dell'estraneità di Mambro e Fioravanti





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30 giugno 2005

I GIUDICI SCIOPERINO CONTRO LO SCANDALO DEL PATTEGGIAMENTO

I GIUDICI SCIOPERINO CONTRO LO SCANDALO DEL PATTEGGIAMENTO

Vincenzo Vitale
 Domanda: perché per il 14 luglio l'Associazione nazionale magistrati ha indetto lo sciopero? La ragione è semplice: perché la riforma dell'ordinamento giudiziario che il Parlamento si appresta a varare sortirà effetti sgraditi ai magistrati, il più importante dei quali è la riduzione del ruolo politico della corporazione.
 
Tale risultato viene promosso attraverso due previsioni normative che certamente avrebbero potuto essere più radicalI ed innovative, ma che comunque appaiono accettabili.
Da un lato, stabilire che dopo 5 anni di carriera, i magistrati debbano scegliere se svolgere attività inquirente quali pubblici ministeri o, alcontrario, attività giudicante quali giudici, ottiene lo scopo di sganciare la magistratura giudicante da quella requirente. In altre parole,chi sceglierà di fare il pm non potrà più passare a giudicare gli imputati e viceversa: non siamo alla divisione delle carriera, ma è già un primo passo. Se il nostro deve essere un processo "di parti", queste parti debbono rimanere equidistanti dal giudice: altrimenti è solo uno scherzo.

Dall'altro lato, prevedere che la progressione sia disposta non solo per automatismi, ma soprattutto attraverso il riconoscimento del merito personale reintroduce questo concetto in un mondo dominato dalla tecnocrazia. Chi è il magistrato più meritevole? A sentire certi sapienti dell'ultim'ora il giudice più meritevole sarebbe quello capace di concludere il maggior numero di processi nel medesimo tempo. Si ripete infatti che il primo problema della giustizia italiana è la durata dei processi. Lo nego: la durata dei processi è un problema reale, ma non il più importante.

Quello davvero importante è invece che dal processo sembra insensibilmente espulsa l'esigenza e l'idea stessa di giustizia.
Valga un solo esempio: quello del patteggiamento. Si tratta di un istituto sintomatico di quanto affermo. Allorché l'imputato patteggia la pena che il giudice gli infligge, nessuno sa se costui sia colpevole o innocente, anche perché nulla e nessuno gli impone di dichiarare alcunché in proposito. Gli si infligge una pena contenuta, e questo è tutto. Dove sta la ragione ? Dove il torto ? Nessuno può dirlo.

Si badi. Il patteggiamento c'è anche negli Usa: ma qui l'imputato deve dichiararsi colpevole per poter patteggiare ed almeno questa dichiarazione funge da prova diverità. In Italia, invece, tutto accade secondo un automatismo cieco e sordo,dove alle ragioni della giustizia, di cui non importa nulla a nessuno, si sostituiscono quelle della pura efficienza, cioè, appunto, della tecnocrazia. Allora, perché i magistrati non scioperano per queste ragioni piuttosto che per interessi legati alle minori comodità che loro deriveranno dalla nuova legge? Il magistrato meritevole infatti non è quello più efficiente,ma quello che più ha a cuore le ragioni della giustizia.
Propongo allora -pur essendo "vox clamans in deserto "- alla magistratura di scioperare per questa giustizia, per questa verità.


[ Libero ]




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27 giugno 2005

Che fine ha fatto la giustizia italiana?

CHI L'HA VISTA? Che fine ha fatto la giustizia italiana?


Tutti ricorderanno il vergognoso caso (non unico purtroppo)  del giudice Clementina Forleo, della Procura di Milano, che mandò assolto e libero il marocchino Mohammed Daki, imputato di terrorismo, nonostante le prove a suo carico, ottenute grazie alle testimonianze dei suoi coimputati. Per la grave questione si movimentò anche il ministro Pisano per espellerlo almeno dallIitalia, come persona indesiderata e pericolosa, ma tutto è rimasto nel pantano più oscuro.
Sempre a Milano risiedeva l’imam egiziano Abu Omar, che dalla moschea di Viale Jenner si occupava di indottrinamento e reclutamento dei kamikaze, da utilizzare contro il mondo libero, cioè contro di noi, che li ospitiamo in casa nostra.
Nonostante ciò la magistratura milanese non ha ritenuto di dover intervenire, così un giorno dell’imam Abu Omar, si sono perse le tracce, finché si è venuto a sapere che era stato catturato da agenti della C.I.A. e consegnato al suo governo in Egitto e incarcerato, nonché sottoposto all’uso di quel regime, che non è possibile fingere di dimenticare sia islamico e quindi trattato secondo i comportamenti in uso nell’ISLAM e perciò torturato, almeno secondo quanto avrebbe riferito lui stesso durante una telefonata fatta alla moglie e al fratello sempre attraverso la moschea di Viale Jenner.

Non avendo niente di meglio da fare, se non intervenire sempre ed unicamente, contro tutto ciò che riguarda la legalità,  il governo italiano, gli Stati uniti e coloro che con essi simpatizzano, la magistratura milanese, nella persona del gip Chiara Nobili,  ha pensato bene di incriminare gli agenti della CIA, che si sarebbero occupati del blitz del rapimento, bollandolo come ingerenza nella sovranità del territorio italiano, mentre non ha mai preso posizioni ufficiali né è intervenuta con mandati d’arresto per quest’iman la cui faziosità e pericolosità erano stati denunciati a più riprese e dimostrati, poiché nella moschea erano stati ritrovati materiali e videocassette utilizzate, proprio per il reclutamento dei kamikaze.
Dopo di questo il gip Guido Salvini, dal canto suo ha emesso un ordine di cattura nei confronti di Abu Omar, il rapito, come se quest’azione fosse un contrappasso per bilanciare l’altra contro gli agenti della CIA.

Leggi la notizia su RAInews24 ma al contempo rilascia dichiarazioni faziose come si può leggere su Repubblica.
Il mondo dei blogger però non si lascia più prendere per il naso, infatti alamesondeuligan dice la sua e vale la pena di leggerla.

NO SIGNORI GIUDICI NON CI INGANNATE PIU’, QUELLI CHE OPERANO COME VOI SONO I VERI SOVVERSIVI NEL PAESE, CHE RENDONO IGNOBILE L’ALTO IMPEGNO ASSUNTO, NEL MOMENTO IN CUI AVETE INDOSSATO LE VESTI DEL GIUDICE.  CHISSA’ QUANTI FRA VOI, NEL SILENZIO DELLE LORO AULE E NON ILLUMINATI DALLE SCENE DELLA RIBALTA PROVANO VERGOGNA PER IL VOSTRO COMPORTAMENTO, POICHE’ SONO QUELLI COME VOI I VERI FIANCHEGGIATORI DEI TERRORISTI E DELLA DELINQUENZA.

Ci troviamo in una situazione talmente assurda ed insopportabile che ormai il confine della legalità lo hanno strasuperato di gran lunga i magistrati, che anziché tutelare il diritto, i codici e difendere i cittadini, dai pericoli generati dai delinquenti, arrivano sempre a scusarli ed anche se la polizia arresta, la magistratura li libera.
E’ appena successo a Napoli, con le tre donne che hanno provocato la rivolta contro gli agenti fra i quali alcuni feriti e finiti in ospedale. Ebbene dopo 24 ore il magistrato le ha mandate libere.
E’ successo con Izzo, che ha assassinato dopo che i giudici hanno deciso che era redento.
Ora anche Sofri ha beneficiato di questa giustizia incredibilmente comprensiva, verso gli amici che delinquono.

Ma quale messaggio arriva ai delinquenti? Fate pure intanto resterete impuniti....
Quale messaggio arriva ai clandestini, agli integralisti, ai terroristi, agli stupratori, ai rapinatori, ai venditori di droga?
Accomodatevi intanto noi capiremo le vostre motivazioni.....
Ma peggio ancora, quale sarà il messaggio che arriva alla povera gente?  Arrangiatevi intanto di voi non ci interessa un c****o e non provate a difendervi, che vi buttiamo in galera e ricordate, per quelli come voi sbattiamo via la chiave!!!!
A questo punto, bisognerà insorgere e fare una vera rivoluzione contro questa magistratura, che ormai rappresenta solo se stessa e i suoi benefici lobbistici e che al contrario dei politici, non è nemmeno stata incaricata di svolgere questa professione così delicata, attraverso democratiche elezioni.  E pensare che dovrebbe rappresentare i diritti della cittadinanza completa.

TORNATEVENE A CASA, LA NAZIONE E' NEL CAOS POICHE' LA LEGGE E' DIVENTATA LETTERA MORTA, VOI NON SERVITE PIU' SAPETE SOLO FARE DANNI E INTERPRETARE I VOSTRI INTERESSI.
LA POLIZIA ARRESTA E VOI LIBERATE COLORO CHE GRAVERANNO SULLA NOSTRA PELLE!!!!




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9 febbraio 2005

Negare il terrorismo,come la Clementina

Negare il terrorismo
di Daniel Pipes
New York Sun
8 febbraio 2005

Pezzo in lingua originale inglese: Denying Terrorism
Chiunque abbia seguito le indagini in merito al massacro, di metà gennaio, della famiglia Armanious (marito, moglie e due giovani figlie), dei copti residenti a Jersey City, N.J., sa che i sospetti indiziati sono degli scatenati islamisti che si sono scagliati contro un immigrante egiziano di fede cristiana che osa polemizzare su Internet con l'Islam e che tenta di convertire i musulmani al cristianesimo.
Ma le autorità inquirenti fingono di non vedere la grave prova indiziaria, insistendo a dire che "fino a questo punto dell'indagine non vi sono dei fatti" che convalidano il movente religioso della strage.
A ogni modo, il pubblico ministero non ha capito che tutti e quattro i membri di questa tranquilla famigliola sono stati selvaggiamente giustiziati secondo il rituale islamista (molteplici coltellate e semi-decapitazione); che Jersey City vanta un primato di attivismo islamista e di violenza jihadista, e che un sito web islamista conteneva molteplici minacce contro Hossam Armanious, come la seguente: "Ti staneremo e ti sgozzeremo come un pollo".
Le forze dell'ordine sembrano più interessate a evitare una violenta reazione anti-musulmana piuttosto che a trovare i colpevoli.
Questa tendenza al diniego rientra in uno schema fin troppo comune. In passato, ho documentato una certa riluttanza nella zona di New York a considerare come dei casi di terrorismo l'omicidio del 1994 sul Ponte di Brooklyn (l'FBI preferì parlare di "rabbia di un automobilista infuriato") e la sparatoria del 1997 all'Empire State Building ("parecchi e parecchi nemici presenti nella sua mente", asserì Rudolph Giuliani). E così per gli omicidi del luglio 2002 all'aeroporto internazionale di Los Angeles – inizialmente liquidati come "una disputa lavorativa" – e per la furia dell'ottobre 2002 dei cecchini dell'area di Washington, rimasta senza una spiegazione, che ha indotto i media ad attribuirla a fattori come "un burrascoso rapporto [familiare]".
E non si tratta di semplici casi isolati.
L'assassinio del rabbino Meir Kahane perpetrato nel 1990 dall'islamista El Sayyid A. Nosair venne inizialmente attribuito dalla polizia a "un farmaco antidepressivo vendibile solo su presentazione di ricetta medica".
Il disastro aereo del volo 990 della EgyptAir, avvenuto nel 1999, in cui sono morte 217 persone – a causa di un co-pilota che non era tenuto essere ai comandi del velivolo, e che ripeté per 11 volte: "Rimetto la mia anima nelle mani di Dio", mentre faceva scendere l'aereo in picchiata - non trovò spiegazione alcuna da parte del National Transportation Safety Board (NTSB).
Resta inesplicata la caduta mirata, nel 2002, di un piccolo velivolo da turismo su di un edificio a più piani di Tampa, causata da Charles Bishara Bishop, un simpatizzante di bin Laden; la famiglia finì col prendersela con l'Accutane, un medicinale impiegato nella cura dell'acne.
L'uccisione e la semi-decapitazione ad Houston, nel 2003, di un israeliano da parte di un saudita, un tempo suo amico, che era appena diventato un islamista, trovò la polizia incapace di distinguere "ogni prova" che il crimine avesse qualcosa a che fare con la religione.
Né si tratta di un problema di esclusiva pertinenza delle autorità americane.
L'attacco del 1993 contro gli ospiti stranieri che cenavano all'Hotel Semiramis al Cairo, che fece cinque vittime, accompagnato dal grido islamista: "Allahu Akbar!", indusse il governo egiziano a prosciogliere il killer come insano di mente.
L'attacco del 2000 contro un autobus di scolari ebrei nei pressi di Parigi da parte di un nordafricano che brandendo un martello urlava "Non siete a Tel-Aviv!" indusse la polizia a descrivere l'attacco come la conseguenza di un incidente stradale.
L'incendio che nel 2003 distrusse la scuola secondaria ebraica Merkaz HaTorah in un sobborgo di Parigi, e che richiese l'intervento di 100 pompieri per domare le fiamme, è stato descritto dal Ministro degli Interni francese come un atto meramente "di natura criminosa".
L'uccisione nel 2004 di un ebreo chassidim senza precedenti criminali, mentre percorreva una strada di Anversa, nei pressi di una zona con una forte presenza musulmana, lasciò perplesse le autorità belghe: "Non vi è alcun segnale che sia trattato di un episodio di razzismo".
Ho citato tredici casi e fornisco informazioni in merito a ulteriori episodi sul mio weblog. Da dove viene questo reiterato disagio da parte delle autorità a prendere atto del terrorismo islamista? E perché questo vergognoso diniego?
E in quanto a ciò, perché una simile riluttanza ad affrontare fatti che riguardano l'estremismo di destra, come nel caso dell'uccisione di un ebreo chassidim da parte di uno skinhead che lanciava imprecazioni fuori da una pizzeria kosher di Toronto, e che la polizia non è riuscita a giudicare come un crimine di odio razziale? Perché il terrorismo presenta delle implicazioni più gravi rispetto ai difettosi farmaci vendibili solo su presentazione di ricetta medica, alla rabbia di un automobilista infuriato, ai folli che si comportano da ossessi, o agli strani infortuni sul lavoro. Tutte queste cose possono essere ignorate. Il terrorismo islamista, al contrario, necessita di un'analisi dei motivi jihadisti e richiede una speciale attenzione nei confronti dei musulmani, passi di gran lunga sgraditi alle autorità.
E in questo modo la polizia, i pubblici ministeri e i politici rifuggono dalla cruda realtà a favore di rassicuranti e impropri luoghi comuni. Questo comportamento da struzzo ha un prezzo salato da pagare; coloro che rifiutano di riconoscere il nemico non sono in grado di sconfiggerlo. Negare il terrorismo equivale ad assicurare una sua recrudescenza.




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7 febbraio 2005

Islamici, Gup Forleo annuncia querele

Islamici, Gup Forleo annuncia querele

Il Gup di Milano, Clementina Forleo, ha annunciato "di reagire nelle sedi competenti alle aggressioni del proprio operato anche da alte cariche istituzionali",sulla sua sentenza nei confronti di presunti terroristi islamici. "Tali attacchi - si legge in una nota diffusa dall'avvocato Bongiorno - del tutto avulsi da dati normativi invalicabili, oltre che dalla concreta realtà processuale, non sono consoni ai principi di uno stato di diritto, ed in particolare al principio di uguaglianza di tutti di fronte alla legge".




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30 novembre 2004

Il gioco delle tre tavolette

1996 - Romano Prodi scende nell'arena politica contro il Polo di Berlusconi e il 21 Aprile 1996 vince le Elezioni. A fine '96 vara la Finanziaria col l'Eutotassa per l'entrata in Europa nel '98. Ai dubbi francesi/tedeschi risponde con la famosa frase. Kohl intanto dovrà convincere i tedeschi a rinunciare al Marco, quando proprio nel '98 si gioca la sua rielezione. Salvo trasformare il Marco in Euromark (Il sogno di Hitler per l'Europa del Terzo Millennio = "Deutschland uber alles" era, ed è ancora  l'inno)
 

Eurotassa, beffa infinita
Ancora una volta Prodi fa il gioco delle tre tavolette

E bravo Prodi, che fa come al solito il gioco delle tre tavolette: quello che ti dà con la destra se lo riprende con la sinistra. La restituzione tanto strombazzata del 60 % dell'eurotassa sarà «compensata» e in pratica annullata da una «sorpresa»: la trattenuta dell'addizionale Irpef dello 0,5% destinata alla Regioni. Una addizionale prevista dalla Finanziaria del '97 e che, in base a quanto hanno stabilito a suo tempo le Finanze, deve essere trattenuta con il conguaglio di fine anno, lo stesso con il quale il Governo ha deciso di restituire l'eurotassa. L'addizionale era già stata decisa, ma invece di essere prelevato mese per mese lo 0,5% dell'addizionale sarà trattenuto in un'unica soluzione a dicembre. Con un «effetto esborso» che per i redditi fino a 50 milioni sarà superiore alla cifra che tornerà ai contribuenti con l'eurotassa. A stabilire questa modalità di prelievo è stata una circolare dello scorso gennaio sulla «revisione degli scaglioni, delle aliquote e delle detrazioni dell'imposta sul reddito e istituzione di una addizionale regionale» spiega che per i redditi da lavoro dipendente l'addizionale Irpef è trattenuta dai sostituti di imposta «all'atto del conguaglio relativo a tali redditi e, quindi, al termine del periodo di imposta».Lo stesso conguaglio previsto per la restituzione dell'eurotassa e che normalmente viene fatto con la tredicesima. Lo 0,5% di un reddito imponibile Irpef di 50 milioni di un lavoratore dipendente è pari a 250 mila lire e per la stessa fascia il rimborso del 60% dell'eurotassa è pari a 238 mila lire, cioè 12 mila lire in meno dell'addizionale che si paga. Con un imponibile di 40 milioni la differenza a vantaggio del Fisco è di 52 mila lire e sale a 92 mila per la fascia di 30 milioni. Il conto del dare e dell'avere tra addizionale e rimborso eurotassa passa in attivo per il contribuente a partire da 60 milioni di reddito imponibile, perché si è avuto un prelievo maggiore con il contributo per l'Europa e quindi la restituzione è proporzionalmente più alta. Con un imponibile di 60 milioni si andrà in «attivo» di 88 mila lire, che salgono a 288 mila per la fascia di 80 milioni, a 488 mila per quella di 100 milioni, a 1.288.000 per quella di 150 milioni. Quindi il prelievo danneggerà proprio le fasce sociali più deboli, quelle che il governo Prodi a parole dice di voler tutelare, e che invece pugnala a tradimento.




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26 settembre 2004

But not in my name

I magistrati scioperano per noi?
di Dimitri Buffa


Se il titolo usato dall’“Unità” di ieri per l’articolo del presidente di Magistratura democratica Livio Pepino voleva essere auto ironico (“Stiamo scioperando per voi”) è di sicuro riuscito benissimo. Ma è legittimo dubitarne, vista poi la seriosità delle argomentazioni culminate con una chiamata alle armi, anzi alla futura astensione dalle udienze, per le toghe. Con un collegamento ideale e ideologico a un discorso iniziato nel 1991 all’epoca in cui l’allora capo dello stato Francesco Cossiga minacciò (purtroppo si limitò solo a minacciarlo) l’invio dei carabinieri al Csm. Che aveva messo in votazione un documento contro il nemico di allora che si chiamava Bettino Craxi.Livio Pepino spiega bene perché è contrario a queste riforme: ritiene che un procuratore che faccia da capo riconosciuto ed effettivo per i pm di qualsiasi procura sia una fastidiosa ingerenza nell’autonomia del magistrato. Anni di anarchia investigativa, in cui a comandare, in una sorta di gerarchia rovesciata, non erano i titolari dell’ufficio del pm ma quelli tra i suoi sostituti che si accaparravano l’inchiesta che andava in tv o sui giornali, hanno viziato alcuni di questi signori che ovviamente, come tutti, non sono disposti a cedere un millimetro del potere ormai acquisito. Loro dicono di difenderci dal prepotere del governo, di essere l’argine e la terzietà per eccellenza. E poi di rappresentare la giustizia con la G maiuscola. Quella che l’Europa condanna un giorno sì e l’altro pure. Per questo sciopereranno contro Castelli e Berlusconi. But not in my name. Please.

Dimitri Buffa




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7 luglio 2004

Incredibile

07/07 21:35 - Indagini a Mediaset. Difesa:incredibile   
 Marina e Piersilvio Berlusconi risultano indagati nell'ambito dell'inchiesta della procura di Milano su Mediaset riguardante la compravendita di diritti cinematografici. Lo riferiscono fonti di agenzia. Il difensore Ghedini definisce l'indagine "strumentale" ed "incredibile".Il legale, precisando di non aver notizie ufficiali, a proposito delle notizie sui figli del presidente del Consiglio, sottolinea che "all'epoca dei fatti erano due ventenni all'università e senza alcuna carica sociale". 




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30 aprile 2004

Dopo 24 anni



" Dopo 24 anni . Lo ha deciso la terza Corte d'Assise di Roma Strage Ustica, tutti assolti gli imputati ".



Dopo 24 anni .


Lo ha deciso la terza Corte d'Assise di Roma


Strage Ustica, tutti assolti gli imputati


Escono di scena i generali Bartolucci, Ferri, Melillo e Tascio. Bonfietti (parenti vittime e deputato DS): ''Di piu' i giudici non potevano fare''( Cosa significa ?Dovevano essere  condannati  per fare un favore  a lui); Pinto (Aeronautica): ''Ora il risarcimento morale''


(con quali costi e  chi paga ?).


 




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25 marzo 2004

Simpatiche

" "Simpatiche" no? Con i media, le Gogne & con le Pene... "
 
 
 
"Simpatiche" no? Con i media, le Gogne & con le Pene...
Il "Caso" de Cesare - Olcese - giudice Ienzi 
Il caso Rutelli - Palombelli - STA e 'le Streghe' della Giustizia e dell'''Informazione"
Gogne di Piazza: infila la m.... nel ventilatore, vedrai dove arrivano gli schizzi
Sanzioni previste e il ddl Cossiga su perizia psichiatrica, controlli preventivi e idoneità ad entrare in magistratura
Cosa intendiamo noi cittadini per Giustizia? Quale figura pubblica e quale ruolo rappresentano i magistrati per noi contribuenti che manteniamo lo Stato con le tasse e quindi l'intera macchina della giustizia?
 
l'Onorevole Senatore Ottaviano Del Turco, già Segretario aggiunto CGIL, sulle cosìdette "fughe di notizie" dalle Procure ha
dichiarato alla radio che "Le fughe di notizie altro non sono che la cinica corsa sfrenata alla visibilità da parte di alcuni magistrati".
Dei quali magistrati alcuni-e, non paghi-e di provvedere, oggettivamente, a che si diffondano notizie discreditanti su individui onesti
e incensurati, ne causano, oggettivamente, la pubblica gogna ordinando che fatti privati e sentenze civili con firma autografa del
giudice vengano pubblicate su quotidiani, settimanali e internet a spese miliardarie del malcapitato-a come è stato per Rosetta
Stame nella causa con il nazista ergastolano Erik Priebke, vedi nota del 15/3, così anche per Giuliana de Cesare passata per le
mani della stessa giudice della Stame, Marta Ienzi della Prima Sezione del Tribunale Civile di Roma, con un provvedimento di
urgenza chiesto, dalla vedova, a salma ancora calda di Vittorio Olcese ex marito della de Cesare e padre di sua figlia Carolina
Olcese, e concesso il 21 giugno 2001 a Maria Teresa Valoti Olcese in totale ignoranza di Giuliana del procedimento in corso a
suo carico, (ignoranza protrattasi per 13 mesi!!) e quindi in contumacia, per il fatto, gravissimo, che mai ella aveva ricevuto ne' mai firmato notifiche ad ufficiali giudiziari. ll giudizio in corso verteva su una banale questione di cognome maritale che portava da anni
con il beneplacito dell'ex marito, e ciò con fior di testimoni che però, guarda un po' la forzata "contumacia", oltre ad impedirle di difendersi, le impedì di portare i testimoni in tribunale. Già nel corso del 2° matrimonio, come dichiarò più volte l'Olcese ad amici, alla ex moglie ed alla di lei famiglia, la Valoti insisteva perchè egli inibisse alla prima mogie il cognome maritale e l'Olcese, sfinito, iniziò la causa che si concluse subito con l'accordo tra i 2 ex coniugi: Lei rinunciava al cognome maritale.
Ma tra Giuliana, e Vittorio che negli anni aveva continuato a frequentarne la casa con la loro figlia anche nelle feste ufficiali di cui
era orgoglioso che fossero organizzate dalla ex moglie per le nomine a deputato alla Camera poi a Sottosegretario nei 2 Governi Spadolini, c'era un accordo privato a che ella continuasse a chiamarsi Olcese anche, e sopratutto, per il fatto stranotorio che per innumerevoli anni ella aveva affermato tutte le sue attività lavorative, artistiche e socio-politiche con quel cognome.
Quindi, Olcese, era divenuto per lei come un marchio e nome in ditta mentre, cambiarlo dopo una vita che era conosciuta solo così essendosi sposata giovanissima e trasferita in città diverse dalla sua, le avrebbe arrecato seri danni nella sua affermatissima
attività pubblica. Il "provvedimento urgente" (come se dopo 30 anni potesse scappare con il cogname a mo' di malloppo sotto al
braccio) preso a totale insaputa di Giuliana, protrattasi per ben 13 mesi, fece sì che la penale a suo carico di 2.000.000 milioni (!)
di lire al giorno ordinata dalla Ienzi arrivasse a ben 700.000.000 di lire da versare alla vedova, erede delle fortune Olcese che, non
avendo altro da fare ma ingenti capitali da investire in cause, profumi & balocchi per sè, iniziò - insaziabile di danaro tanto da aver
"pasticciato" persino sull'eredità della figlia di Giuliana e Vittorio Olcese - a perseguire la odiata prima moglie ed in ciò fu ben
supportata nel tempo da giornaliste di un grande quotidiano e settimanali a caccia di gossip sui vip o di introiti editoriali.
Giornaliste che un diffuso quotidiano in prima pagina a titoli cubitali ha definito "le Streghe, nefaste "pennein eterno lecchinaggio politico che distruggono persone con il potere della stampa". Streghe alla Sotis e alla Palombelli che fanno il Taglia&Cuci su libercoli di bon ton e su giornali con processi e gogne di piazza a chi si vuole distruggere a cui poi i vili vertici dei giornali che si servono delle "Streghe" a fini politici negano il diritto di replica. Palombelle che prima di sentenziare sui cognomi guardino nelle faccende, penali, di casa loro come, per esempio, le indagini fatte dalla procura penale di Roma con il sostituto procuratore Maria Cordova sui "Parcheggi d'oro di Roma" e dalla Corte dei Conti. - "Se Maria Cordova, che non è ausiliaria di nessuno indaga,
ha scovato il sorcio" - scrisse qualcuno. La Corte dei Conti ha confermato in Appello la condanna della Giunta e dell'ex sindaco di Roma Rutelli, marito della giornalista Barbara Palombelli citata come testimone nell'affaire della STA, società interamente controllata dal Comune di Roma e da Rutelli, al risarcimento di 10.000.000.000 miliardi e mezzo di lire per danni recati all'erario alla STA che riscuoteva gli incassi dei "Parcheggi d'oro di Roma".
Cosa c'entra una moglie giornalista, moralista e bacchettona con il prossimo su quisquilie come un cognome maritale, con gli appalti d'oro concessi ad una società, 'società a scopo di lucro', che ha mosso indagini concluse con condanne a risarcimrenti all'erario così astronomici? Chi erano i reali intestatari della società STA che percepiva gli incassi dei "Parcheggi d'oro di Roma"?
I giornali scrissero che la Palombelli sporse denuncia penale contro ignoti per smentire una "infondata diceria" che indicava lei e la moglie di M. Costanzo come proprietarie della STA. I nomi non si fanno, ma sono alla Guardia di Finanza, alla Corte dei Conti e al tribunale civile di Roma I^ sezione, proc.n. 61693/99 giudici Campolongo e Mangano.
Tuttavia, con tutto ciò su cui hanno da riflettere, le Streghe della giustizia & dell'"Informazione" montano le gogne altrui su libercoli di bon ton e giornali tipo Amica. Miserie professionali paludate con "di ineccepibili qualità professionali" (sic!) e cognome, nome e foto dell"'accusata" piazzati sotto uno striscione a 2 pagine 'LA LEGGE E' UGUALE PER TUTTI'. Striscione giacobino e intimidatorio adatto ad un mafioso in gabbia più che ad una donna su cui si discetta del cognome, piazzato su Amica nell'agosto 2001 da cui l'"imputata" apprese dei ricorsi, di cui nulla sapeva, fatti dalla Valoti al Garante, e in Cassazione, mentre il provvedimento urgente la Ienzi lo emanò il 20 giugno 2001 mentre la de Cesare continuò a non essere informata, anche di questo, per ben 13 mesi.
Ma come lo scoprì, solo il 21 Febbraio 2002? Da una telefonata del provider del sito del Movimento che la avvertiva di 
doverci apporre -e così coprire sito e Costituzione Italiana- la gigantografia della sentenza del giudice Marta Ienzi. Mica un link e dopo che perfino il giudizio di merito era già in corso da tempo e già quasi concluso! da M. Durante, il giudice della porta accanto alla Ienzi e che, come la Ienzi, ha ordinato anch'egli la pubblicazione della sua sentenza sul Corriere della Sera, sul settimanale Sette e sul sito del Movimento. E fanno in tutto 9 pubblicazioni di Ienzi e Durante ed altri 25.000.000 di lire! Intanto, in quei 13 misteriosi mesi, il tritacarne della macchina giudiziaria continuava ad operare sulla pelle e sull'esistenza futura di una cittadina e di sua figlia e tra penale, varie & svariate era arrivata a 700.000.000 milioni di lire! a risarcimento dei ''danni morali'' (?) che Giuliana aveva improvvisamente arrecato alla vedova tanto da ottenere un provvedimento di urgenza su di un cognome che continuava a portare da 30 anni! Urgenza sentita dalla vedova appena defunto il coniuge però, non prima........
A tutto ciò si aggiungano circa 50.000.000 di lire, per pubblicare per ben 2 volte, per 2 settimane di seguito sul Corriere della Sera e sul settimanale Sette, quindi fanno 4 volte sugli organi di stampa più diffusi..., la sentenza della "simpatica" giudice Ienzi da apporre per circa un mese anche sul sito internet del Movimento per le Riforme Istituzionali e della de Cesare e schiaffarci su, coprendo per intero la Costituzione Italiana e il sito, la sentenza a firma Dott.a Marta Ienzi. (Internet è il mezzo che da' visibilità in tutto il mondo... ma espone anche a terroristi e mafie internazionali che, equivocando sui mezzi finanziari di chi risulta in grado di pagare sanzioni miliardarie da 750.000.000 di lire ci fanno su un rapimento con relativo riscatto magari anche sui figli).
Se tutto ciò non è accanimento inaudito, ed altro, in una causa civile, non penale, e per di più con la convenuta forzatamente e involontariamente contumace, cosa è? La prova lampante che Giuliana ignorava il giudizio in corso è che nessuno al mondo non si costituisce in giudizio sapendo che paga ben 2.000.000 di penale ogni giorno!!!
Ci si chiede se per certi magistrati i miliardi sono bruscolini, se vedono un mondo fatto tutto di contesse, industrialesse, di ricche
ereditiere, di petrolieri texani e se la mattina vanno in Jet in Tribunale con uno stuolo di maggiordomi in polpe.
Una storia "giudiziaria" abnorme questa che, se non si è vista la sentenza in gigantografia-grassetto su internet, non ci si crede. Morale: Toghe rosse & Toghe azzurre "mediatiche"... a spese torture e gogna dei poveri-e "giudicati-e" e dei loro figli diseredati dei sacrifici di una vita intera di padri e madri, non certo a spese torture e gogna della Cassa Magistrati.
 
            Giuliana D'Olcese
 
La sentenza fatta apporre, a caratteri giganti ed in grassetto sul sito internet, e sui giornali di cui sopra: 
 
 
TRIBUNALE DI ROMA - Nel procedimento cautelare promosso da: Maria Teresa Valoti Olcese 
Il Giudice Designato… omissis…
 
P.Q.M. - Ordina alla Sig.ra Giuliana De Cesare di non fare uso del cognome Olcese in qualsiasi forma, modo e mezzo, compreso Internet, sia nella vita privata che in pubblico, né di rappresentare la sua figura o immagine associandola al cognome Olcese - ordina la cancellazione e la rimozione, a spese della resistente, entro 30 giorni dalla notificazione del presente provvedimento di ogni riferimento al cognome Olcese associato alla sua persona alla sua figura o al suo nome presente sul sito Internet del Movimento per le Riforme Istituzionali - fissa a carico della Sig.ra De Cesare Giuliana il pagamento di una penale di £. 2.000.000 in favore della ricorrente per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del provvedimento del Giudice - ordina, a spese della resistente, ed a cura della ricorrente, la pubblicazione del presente dispositivo sul Corriere della Sera per due giorni consecutivi, su Sette, settimanale del Corriere della Sera, per due numeri consecutivi, nonché sulla prima pagina del sito del Movimento per le Riforme Istituzionali, per la durata di venti giorni
 
fissa in 30 giorni dalla comunicazione del presente provvedimento il termine per l’inizio del giudizio di merito.
Roma, 20 giugno 2001 DOTT.SA MARTA IENZI.
 ********
Le sanzioni previste essere comminate dal CSM ai magistrati sono:
Ammonizione, censura, perdità di anzianità, sospeso dall'incarico, trasferito e rimosso. Le prime 2 sono solo un cazziatone, la 3^
fa perdere un po' di carriera, la 4^ sospende dal lavoro fino alla fine del procedimento, la 5^ è il cambio di sede, la 6^ licenziamento dall'incarico. Il procedimento contro il magistrato può essere avviato dal ministro o dal procuratore generale della corte d'appello o di cassazione, ma é quasi sempre il ministro ad agire. Sul totale di 763 procedimenti, il CSM ha inflitto 60 ammonizioni in 10 anni,
40 censure, 30 perdite di anzianità, 9 sospensioni (senza altri provvedienti), 10 rimozioni: totale 149 sanzioni esclusi i trasferimenti che si contano sulle dita). Di queste 149 solo 10 sono sanzioni serie, cioé con effetti reali per il magistrato che ha sbagliato.
Le 9 sospensioni non hanno avuto alcun effetto. Le 30 riduzioni dell'anzianità costeranno ai magistrati qualche mese di ritardo nel raggiungere lo stipendio massimo. I 100 cazziatoni li fanno ridere. Tutto ciò su un organico per ogni anno di circa 9000 magistrati. Quindi, se i dati sono giusti, abbiamo 10 punizioni serie su 9000 magistrati per 10 anni di disfunzioni e di errori giudiziari di una giustizia che é una delle più condannate al mondo. Sarà che siamo di fronte ad una Casta che si autoassolve? Quei 10 licenziati non é che sono andati a vendere stracci ma sono caduti in piedi: Il magistrato é, con il professore universitario, l'unico dipendente pubblico ad essere libero di fare il doppio, 3iplo, 4druplo, 100ntuplo lavoro con lavoretti extra remuneratissimi tipo Arbitrati e i Lodi (risoluzione di liti giudiziarie tra ricchissime multinazionali), probi viri di grandi enti, conferenze, incarichi di sindaci, pubblicazioni, amministratori. Conosco un magistrato che 3 giorni alla settimana fa il giudice in una città, e il resto fa il responsabile del giornale locale del consiglio dell'ordine degli avvocati nella città vicina! Mai sentito parlare di conflitto di interessi. (?) KDK
Il disegno di legge (ddl) Cossiga: "Sottoporre i magistrati ad esami e controlli ad un preventivo esame psichiatrico
e psico-attitudinale prima del concorso e durante la carriera".
L'esercizio delle funzioni di magistrato dell'ordine giudiziario, giudice e pubblico ministero incide nel profondo, irreversibilmente talvolta, sui diritti della persona e sulla sua vita psico-fisica che, particolare equilibrio mentale e specifiche attitudini psichiche, devono essere richieste per assumere la qualità di magistrato e per la permanenza in carriera. Dunque, chi venga dichiarato inabile psichiatricamente o non idoneo psicoattitudinalmente non può essere ammesso al concorso. Inoltre il CSM in qualunque momento
di sua iniziativa o su richiesta del Ministro di Giustizia, del Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione o di un Procuratore Generale della Repubblica di una Corte d'Appello, può sottoporre qualunque magistrato all'esame psichiatrico e psico-attitudinale. Il CSM nominerebbe i componenti della commissione medico-psicologica, il cui giudizio deve esser valutato, e respinto o approvato, dal CSM. Chi venga giudicato inabile è dichiarato decaduto e collocato in pensione o sospeso dall'esercizio delle funzioni, va in aspettativa e al termine verrà ancora sottoposto a visita medico-psicologica. Un ufficiale di polizia giudiziaria incaricato di eseguire un ordine di un giudice o di un pm, se ritiene che l'ordine sia stato impartito dal magistrato in condizioni di
non equilibrio psichico o di non normalità psicologica, deve sospendere la esecuzione dell'ordine e farne rapporto al Procuratore Generale della Repubblica del distretto competente, che decide o ordina l'esecuzione dell'ordine o autorizza la sospensione dell'esecuzione e dispone per il magistrato l'esame psico-attitudinale. Qualora sia emesso dal CSM giudizio negativo, anche solo all'atto di cui si tratta, sul giudice o pm che ha emanato l'ordine, trasmette gli atti al giudice del riesame competente che provvede ad annullarlo". <Chi desidera aderire al 'Comitato on line pro ddl Cossiga' batte un colpo con un Replay




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19 febbraio 2004

L'affare,,,,,,,,,,,,,,!

 


                  


 


 Parigi. La battaglia di civiltà   

 


  ABC flash - Paris


  agence européenne de presse.


 Ctualités - Attualità - Top events - Actualidades


In italiano

 Parigi. La battaglia di civiltà

di Stefano Surace contro

“la magistratura cialtrona

che ammorba l’Italia”

 “Un Paese non può essere decentemente democratico con una magistratura cialtrona come l’attuale italiana” dichiara Surace, presidente dell’ “Observatoire européen sur la Justice et la liberté de presse”.

“Una magistratura per la quale fra l’altro si riscontra il terribile fenomeno che solo l’8 per cento dei cittadini dichiara di averne fiducia”.

E che - si può aggiungere - ha stretto un patto scellerato di scambio con una schiera di elementi della criminalità organizzata a tutti i livelli, definiti grottescamente “pentiti” e utilizzati per “testimoniare” qualsiasi cosa o il suo contrario.

Ai quali  elargisce in cambio “favori” inauditi, rimettendoli addirittura in libertà  – perfino chi aveva dissolto nell’acido un bambino – e in più coprendoli di denaro, naturalmentre a spese dei contribuenti.

Ed avvalendosi delle “testimonianze” fasulle dei suddetti accusa, imprigiona e condanna arbitrariamente chiunque le aggrada, a cominciare da chi osa denunciare i suoi abusi.

Una magistratura che con questi mezzi ha acquisito il potere senza limiti né controlli di criminalizzare chiunque ai fini più diversi, spesso inconfessabili.

Tenendo così sotto minaccia costante il Parlamento, il governo, gli altri organi istituzionali, l’intera classe politica italiana a tutti i livelli, i giornalisti, gli ambienti economici e qualsiasi cittadino, soprattutto se onesto.

Si tratta di una forma micidiale di terrorismo diffuso e capillare che permette un ricatto sistematico su coloro che hanno il compito di dirigere le sorti del Paese, e un sostanziale annullamento della libertà di stampa.

Grazie al quale si è arrivati ad indurre deputati e senatori a varare provvedimenti semplicemente suicidi, come rinunciare essi stessi all’immunità parlamentare mettendosi con le proprie mani in totale balìa della magistratura.

Oltre a provvedimenti scandalosamente a vantaggio di questa, come la carriera automatica per anziantià e il collegamento automatico degli stipendi dei  magistrati a quelli dei parlamentari.


 I “safari”

Una magistratura che lancia autentici “safari” contro i giornalisti od editori che fanno il loro dovere di informare il pubblico su come vanno davvero certe cose.


Basti citare, fra i tanti, i “safari” contro Giovanni Guareschi, Gaetano Baldacci, Enzo Sabàto, Enzo Tortora, Lino Jannuzzi.


(Quelli contro Surace non li mettiamo in conto, visto che si sono sempre ritorti contro chi li aveva lanciati; resta comunque che li avevano lanciati e con particolare accanimanto).

Si tratta di un’intimidazione potente e capillare nei confronti di tutti i giornalisti, a tutti i livelli, che ha ridotto in Italia la libertà di stampa a pura utopia.


Al punto che Reporters sans Frontières ha classificato il Bel Paese, quanto a libertà di stampa, al 53o  posto nel mondo, dietro Benin, Nabibia e Gana.

Di conseguenza, eliminato da questa magistratura l’indispensabile controllo democratico, per conto del pubblico, da parte della stampa, gli “intrallazzi” di ogni genere hanno potuto dilagare.

Basti dire che un giornalista non certo pavido come Giuliano Ferrara, che per di più dispone in pieno di un quotidiano, "Il Foglio", confessa pubblicamente che è costretto ad "autocensurarsi" (cioè, più in chiaro, ad evitare di scrivere adeguatamente su certi fatti di pubblico interesse, cosa gravissima) per timore di andare in galera.

E se un giornalista come lui si trova in questa pietosa condizione, figurarsi gli altri, che non hanno i sui mezzi e la sua taglia (non solo fisica).

Una magistratura che ha scatenato “safari” indegni contro uno scienziato di fama internazionale come Felice Ippolito, contro statisti come Bettino Craxi e Giulio Andreotti, e contro l’attuale capo del governo italiano Silvio Berlusconi, con danni incalcolabili per gli interessi e l’immagine dell’Italia nel mondo.

Uno Stato democratico è basato sull’equilibrio fra i suoi vari poteri, e sul loro reciproco controllo, compreso quello da parte del pubblico (che in democrazia, non lo si dimentichi, è sovrano) esercitato appunto attraverso la stampa.

Non è dunque ammissibile che un potere, quello di una simile magistratura, sia in Italia privo di quei controlli democratici esistenti in qualsiasi paese occidentale, e possa così  prevaricare gli altri poteri dello Stato.


Né è a dire che ad essere cialtrona non è l’intera magistratura italiana ma solo una sua parte, sia pure cospicua.


Il fatto che essa non fa nulla per eliminare dal proprio seno le “mele marce”, ed anzi le protegge con straordinario accanimento, estende a tutta la categoria la piena responsabilità di quelle malefatte.


“La magistratura” osseva Surace “ è come una casseruola: basta un buco per renderla inservibile: e quella italiana di buchi ne è piena”.


 


Le mani insanguinate...


 Questa magistratura si era autoattribuita l’appellativo di « mani pulite » mentre le ha ben sporche, anche di sangue se si pensa a quanti, fatti segno a metodi di accusa che kafkiani è dir poco, si sono suicidati (Sergio Moroni, Gabriele Cagliari, Raul Gardini per citare solo i più noti).

O se si pensa a Craxi, capo del governo italiano, costretto a rifugiarsi in Tunisia perché condannato (abusivamente, come poi stabilito dalla Corte europea) e poi morto senza aver potuto, a causa di quella “condanna”, venire a curarsi decentemente in Italia.


Una magistratura che attribuisce a uno statista come Giulio Andreotti una condanna a 24 anni di galera per l’assassinio del giornalista Mino Pecorelli, rendensosi autrice di due falsi colossali e di una sistematica omissione.

Sviando così l’attenzione da magistrati di Monza che erano stati incriminati come complici di petrolieri grandi evasori fiscali che avevano un fortissimo interesse a far tacere, e subito, Pecorelli.

Basti dire che Pecorelli, poco prima di essere assassinato, era stato costretto a distruggere tutte le copie di un numero del suo settimanale “OP” (“Osservatorio Politico”) contenente un’inchiesta su dieci pagine dal titolo più che eloquente: « Scandalo a Palazzo di Giustizia ».

Nella quale, partendo da quei magistrati di Monza,  si occupava delle deviazioni della magistratura, additata come favoreggiatrice di traffici illeciti su larga scala.


Sennonché lo scandalo devastante per la magistratura che ne conseguiva venne sviato incolpando dell’assassinio invece Giulio Andreotti, con una straordinaria mobilitazione a tale scopo di un magistrato riciclatosi non a caso in politico, Luciano Violante.


I cinquemila deportati...


 Una magistratura di cui  migliaia di membri hanno deportato nelle galere decine di migliaia di cittadini per tenerceli anni ed anni senza che costoro abbiano mai visto i giudici che li hanno “condannati”.


Ed oggi sono più di cinquemila i cittadini privati tuttora della loro libertà in quel modo criminoso.


« Perfino nel selvaggio Far West, all’epoca di Buffalo Bill, Toro Seduto e dei ladri di cavalli, prima di condannare qualcuno lo si portava davanti a un giudice » dice Surace.


Una simile  magistratura non può quindi che definirsi un’accolita ad alto tasso di membri a caratteristiche criminali, veri serial-sequestratori di persona, delinquenti abituali che costituiscono un pericolo pubblico soprattutto per la gente onesta, in grado di privare arbitrariamente della libertà qualsiasi cittadino.


Una magistratura che si infischia totalmente delle leggi italiane, benché i suoi membri siano pagati dai cittadini per applicarle.


Si infischia, per esempio, della Convenzione europea dei diritti del’uomo che è appunto, per chi non lo sapesse, legge italiana.


La quale per di più prevale su qualsiasi norma ordinaria italiana che ne sia in contrasto, anche se emessa successivamente, come precisato fra l’altro dalla Corte Costituzionale.


Non a caso la nostra magistratura è praticamente messa al bando da quelle delle altre nazioni. Tanto che esse si rifiutano di concedere l’estradizione di cittadini italiani che si trovino nel loro territorio, se sono stati condannati in Italia in contumacia.


Celebri i rifiuti recisi e sistematici di nazioni cugine come Francia e Spagna.


La Corte Costituzionale spagnola ad esempio ha sentenziato in tutte lettere che “l’istituto italiano della contumacia colpisce il contenuto essenziale dell’equo processo, intaccando la dignità umana”.


Un vento di criminalità e di follia


Impressionante, ad esempio, che un suo noto membro di questa magistratura, Ilda Boccassini, ha definito in tutte lettere, in pubblica udienza, « corrotti » i giudici della Cassazione (cioè di quello che dovrebbe essere il massimo organo di legittimità in Italia) e tuttavia quella Corte ha “incassato” e nessun provvedimento, né penale né disciplinare, è stato preso nei confronti della Boccassini.


Mentre era d’obbligo aprire vari procedimenti, alcuni penali da parte della Procura di Brescia (competente per i processi a magistrati milanesi) e della Procura generale presso la Cassazione, nonché uno disciplinare da parte del  Consiglio superiore della magistratura.


Significativo anche che gli avvocati penalisti di Napoli e Campania hanno dovuto esortare unanimemente ed ufficialmente la presidentessa del Tribunale di sorveglianza, Angelica Di Giovanni, ad “avere il pudore di dimettersi, poiché assolutamente inidonea a quella carica”.


Una magistratura che di fronte a un elemento affetto da grave anoressia nervosa che gli impediva di assimilare il cibo – tanto che, entrato in carcere pesando 94 chili per un metro e ottanta di altezza, si era poi ridotto a... 38 chili, praticamente uno scheletro tipo Mathausen – lo dichiara “in buona salute” rifiutandogli criminosamente le cure di cui aveva vitale bisogno (caso Galasso).


O che, stigmatizzata dalla Corte europea di Strasburgo per aver emesso una condanna a 13 anni di galera del tutto abusivamente, si infischia arbitrariamente di rifare il processo (Caso Dorigo).


 


 


 


Dobbiamo continuare con questa lista senza fine... ?


 


 Quanto sopra non è in effetti che un piccolo spaccato, la punta dell'iceberg di cos’è attualmente la magistratura italianaUn forte vento di criminalità e di follia appare aleggiarvi.


Un delirio di onnipotenza che la fa sentire al di sopra di tutti e di tutto, comprese le leggi dello Stato.


 


 L’infortunio...


 


 


Una situazione ben consolidata, suscettibile di durare indefinitamente, nessuno sembrando in misura di reagire senza vedersi immediatamente distrutto, come avvenuto puntualmente a chi lo aveva tentato.


Ma a un certo momento qualcosa non ha funzionato.


Un... contrattempo le si è rivelato fatale.


Quello di imbattersi in Stefano Surace, che ha preso la magistratura italiana con le mani nel sacco e non l’ha più mollata.


Questo temibile asso italo-francese del giornalismo d’inchiesta (oltre che celebre maestro di Arti Marziali superiori, tanto in Francia qualcuno lo ha definito “le journaliste-samourai”) ha infatti scoperchiato il vaso di Pandora di questa magistratura, e su di essa si è abbattuta una vera valanga, a livello nazionale e internazionale.


Infatti nel 2001 Surace ebbe a recarsi in Italia da Parigi, dove vive da quasi trent’anni, in soccorso di un fratello invalido.


E lì si rese conto del fenomeno di quegli oltre 5000 cittadini che si trovano in galera per anni facendoli risultare “condannati definitivi” benché non abbiano mai visto i tribunali che li hanno condannati.


E nessun giornale osava parlarne, il che dava la misura della condizione in cui era caduta la libertà di stampa in Italia.


 


 


 


Decise allora di denunciarlo lui, quello scandalo.


 


 


 


Del resto una delle sue abitudini che han fatto la sua leggenda è proprio quella di cominciare proprio là dove i suoi colleghi, per una ragione o l’altra, preferisono fermarsi.


Se ne occupò dunque dapprima con articoli diffusi da varie agenzie italiane e francesi, fra cui ABCflash.


E la magistratura non poté minimamente smentirlo.


Né ebbero effetto certe minacciose “pressioni” per indurlo a tacere.


Sicché alla fine, stretta dall’assoluta necessità di tappargli  d’urgenza la bocca, la magistratura commise un errore che le si è rivelato fatale.


 


 


Quello di metterlo in galera...


 


 


 


Per poter fare ciò dovette infatti commettere un falso colossale, quello di far risultare che l’incarcerazione era dovuta ad una condanna per... traffico di droga che in realtà non era mai stata emessa. Per di più, Surace non era mai stato minimamente accusato di cose del genere.


Far risultare l’incarcerazione come dovuta ad una condanna “definitiva” per un reato così infamante, sembrava in effetti un buon mezzo per bloccare in partenza le prevedibili reazioni della stampa e degli ambienti politici per l’arresto di un giornalista che aveva denunciato quel grave fenomeno.


 


 


 


L’intervento de “Le Monde”


 


 


 


Sennonché il giornalista-samurai, per quanto si avesse avuto cura di isolarlo in un carcere “di massima sicurezza” fra le montagne dell’Irpinia, trovò modo di smascherare ugualmente l’impostura e far reagire la stampa e gli ambienti politici e intellettuali.


 


 


 


 Dapprima quelli italiani.


 


 


 


La magistratura cercò allora di trovare un’altra “giustificazione”, adducendo quattro condanne per pretesa diffamazione a mezzo stampa, emesse oltre vent’anni prima per quattro articoli di Surace pubblicati oltre trent’anni prima.


Ma con ciò non fece che cadere dalla padella nella brace, il nuovo abuso essendo tale da saltare subito agli occhi: non si era mai visto infatti, nell’intero Occidente, un giornalista incarcerato per articoli pubblicati oltre 30 anni prima.


Per di più si trattava di “condanne” emesse  in contumacia, dunque in sua assenza e insaputa.


Ma la magistratura ritenne di infischiarsi della stampa, dei politici e degli intellettuali italiani che si erano unanimemente mobilitati per Surace.


 


 


 


E allora costui, sempre dal carcere, mobilitò la stampa estera.


 


 


 


Si ebbe dapprima un intervento durissimo, in prima pagina, dell’autorevole quotidiano francese “Le Monde” (che concludeva perentoriamente « ma innanzitutto lo si deve far uscire di galera ») seguito subito dal  « Figaro » e da tutti gli altri quotidiani francesi grandi e piccoli, nonché dal britannico “The Guardian” (che definì « giustizia criminale » quella italiana e il caso di Surace “affare Dreyfus italiano”) dallo spagnolo El Pais e perfino da quotidiani turchi.


Un vero colpo di maglio sulla magistratura della Penisola che, col fiato della stampa internazionale sul collo, si  vide costretta a scarcerare scarcerare di colpo Surace, esattamente 5 giorni dopo l’intervento de « Le Monde ».


Ritenne comunque sufficiente rimpiazzare per Surace il carcere con una detenzione domiciliare in una sua casa a Napoli.


Lo si prevenne anche che una successiva sua completa liberazione era subordinata a che non si occupasse più dell’argomento, che turbava i sonni della magistratura, dei 5000 e più cittadini tenuti illegalmente nelle galere senza che avessero mai visto i giudici che li avevano “condannati”.


Ma  Surace continuò tranquillamente ad occuparsene – aggiungendovi anzi altre cose che aveva constatate durante il suo soggiorno in galera - con una serie di articoli sui quotidiani “Libero”, “Cronache di Napoli” e su ABCflash.


 


 


 


La... “passeggiata turistica”


 


 


 


La magistratura ritenne allora di correre ai ripari tagliandogli le linee telefoniche, ordinando una strettissima sorveglianza da parte di poliziotti e carabinieri affinché non uscisse di casa neanche per un minuto, e assolutamente nessuno potesse fargli visita.


 


 


 


Dispose altresì che... non doveva più scrivere.


 


 


 


E così il quotidiano « Libero » annunciò il 27 settembre 2002 : « Stefano Surace è isolato dal mondo: la linea telefonica della sua casa è stata staccata... Il Tribunale della sorveglianza di Napoli ha inasprito gli arresti domiciliari impedendo a Surace di ricevere visite ».


 


 


Daniele Capezzone, segretario dei radicali emise un comunicato dal titolo: «Surace: siamo al sequestro di persona », in cui dichiarava : « Con una ordinanza letteralmente delirante, la magistratura napoletana, imputando a Surace di non essersi pentito, ha disposto che gli siano staccati i telefoni e preclusi i rapporti con l’esterno.


 


 “A questo punto - concludeva la nota - manca solo che siano ordinate le visite degli ispettori dell’ONU, a casa Surace”.


 


Ma il giornalista-samurai risolse subito la faccenda con la sua famosa... “passeggiata turistica Napoli-Parigi”.


 


 Vanificando infatti la “strettissima sorveglianza” di polizia e carabinieri, passò con nonchalance da casa sua a Napoli a casa sua a Parigi, prendendo semplicemente l’Eurostar Napoli-Milano e poi (dopo aver pranzato in via Montenapoleone) il TGV Milano-Parigi.


 


Si narra che nella stazione centrale di Napoli, che pullula di poliziotti e carabinieri specie in certe ore, Surace, prima di salire sull’Eurostar ebbe a chiedere cortesemente a un gruppo di agenti se qualcuno di essi poteva accendergli una sigaretta (lui che non fuma quasi mai).


 


Tutto ciò ulcerò straordinariamente la magistratura, che si diede ad esprimere grandi minacce per questo “delitto di evasione”.


 


 A Parigi...


 


 Ma Surace arrivato a Parigi passò, senza mai nascondersi – singolare, per un “evaso” - da un’intervista all’altra con i media di mezzo mondo, rilasciate da casa sua oppure (come proprio con la televisione italiana e l’Ansa) passeggiando con noncuranza per i Champs Elysées.


 


 E spiegando come e perché la giustizia italiana è diventata la vergogna dell'Italia, dell'Europa e del mondo civile.


Provvide anche ad inviare, ad alcuni magistrati che apparivano particolarmente ulcerati, delle cartoline con tanto di Torre Eiffel, forse per tirali un pò su di morale.


I complimenti pervenutigli da mezzo mondo non si contavano. Da New York anche la “Committee to protect journalist” (Commissione per la protezione dei giornalisti) tenne  a felicitarsi e a schierarsi al suo fianco.


A Parigi venne accolto come ospite d’onore da « Reporters sans frontières », che gli organizzò anche un incontro con la stampa internazionale.


Nel corso del quale Surace ebbe a denunciare nei dettagli il funzionamento aberrante della magistratura italiana e il terrorismo che aveva instaurato nei confronti dei giornalisti e dei politici della Penisola.


 


 


 


La “dottrina Surace”


 


 


 


E nell’occasione inaugurò la sua ormai celebre « dottrina Surace » sulla magistratura italiana, definendola semplicemente “un’accolita ad alto tasso di membri a caratteristiche criminali, o che hanno bisogno urgente di uno psichiatra”.


L’agenzia di stampa americana “Associated Press” intitolò il proprio dettagliato resoconto su quell’incontro “Il j'accuse di Stefano Surace contro la giustizia italiana”; e l’italiana Ansa “Surace da Parigi dichiara guerra a certa giustizia”.


Appena una settimana dopo Reporters sans frontières classificò l’Italia, quanto a libertà di stampa, al 40° posto nel mondo (al quarantunesimo c’era il Gana) basandosi in gran parte sul caso Surace e su quanto da esso rivelato.


 


 In seguito la passò addirittura al 53° posto, dietro Gana, Nabibia e Benin.


 


 


 


La “dottrina Surace” apparve poi fortemente condivisa dal capo del governo italiano, il quale dichiarò pubblicamente che certi magistrati italiani sono “criminali”, altri “folli”, “affetti da turbe psichiche”, “mentalmente disturbati”, un vero “cancro da estirpare” e così via.


Surace non mancò di apprezzarlo, tanto da conferire al Berlusconi la cintura nera 2° dan ad honorem “per essersi dimostrato degno della prima regola delle Arti Marziali superiori (“amore per la verità”) nonché della seconda, (“coraggio fino in fondo”).


Bisogna riconoscere infatti che Berlusconi aveva dimostrato non poco coraggio ad esprimere quelle verità.


Anche Michele D’Amato, presidente della Confindustria, ebbe parole assai dure sulla magistratura italiana.


E dai sondaggi emerse il terribile risultato che solo l’8 per cento dei cittadini dichiarava di aver fiducia nella magistratura.


Dato non contestato dallo stesso presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Edmondo Bruti Liberati, come riportato fra l’altro da « La Repubblica ».


E così alla magistratura italiana non è ormai rimasto ora che tentare uno sciopero, come si trattasse di ferrotranvieri o postelegrafonici (categorie comunque degne di rispetto, diversamente dalla suddetta).


 


 


 


Lezioni in serie


 


 


 


Si deve comunque riconoscere che non è stata davvero fortunata, questa magistratura, ad incappare anche stavolta in Surace, che nell’arco di quasi mezzo secolo le  aveva già somministrato memorabili lezioni.


La prima lezione essa l’aveva ricevuta quando Surace denunciò che in Italia bastava presentare una denuncia contro un magistrato per ritrovarsi subito in manicomio bollato a vita come “folle”, senza un pubblico processo.


 


 


 


Il che le permetteva una piena impunità per abusi senza fine.


 


 


 


Si cercò allora di applicare anche a lui il collaudato sistema, ma non funzionò.


Surace intraprese infatti con una sua agenzia giornalistica (“L’inchiesta”) e attraverso praticamente l’intera stampa italiana, una campagna che durò ben tre anni terminandola solo quando il Parlamento varò una radicale riforma nel settore, abolendo addirittura i manicomi per legge.


E finì quella “arma assoluta” per la magistratura. E non solo per essa.


Per realizzare ciò Surace ricorse ad uno di quei suoi "trucchi" che han fatto la sua leggenda : riuscì ad infilarsi, nel 1963, nel più temibile di quei manicomi, quello criminale di Aversa.


Ufficialmente risultava "ricoverato". Quando venne fuori il trucco, successe un finimondo. Aveva visto troppo. Non volevano mollarlo più.


Per tirarlo fuori ci volle una campagna di stampa di tutti i giornali italiani, con interventi di grossi calibri come Giovanni Ansaldo, Domenico Bartoli, Giovanni Guareschi.


Ansaldo si chiese com'è che questo "giovanotto dalla chioma fervida" era stato fatto sparire così, "come in una botola".


Bartoli scrisse: "Troviamo in tutto questo una serie di responsabilità diverse, tutte assai serie... Esistono anche per loro (i giudici) dei mezzi d'indagine per accertare le ragioni dei loro errori, se solo di errori si tratta".


E Guareschi: "In un'Italia come questa, tenersi alla larga dalla protezione della Giustizia è il minimo che si possa fare".


Seguirono una cinquantina fra inviati speciali, redattori, cronisti e fotografi, con centinaia di servizi su giornali grandi e piccoli e in televisione.


Citiamone alcuni: Andrea Geremicca, Salvatore Maffei, Bruno Modugno, Franco Canessa, Angelo Cavallo, Brando Giordani, Sandro Calenda, Luigi Ricci, Franco Prattico, Ciro Paglia, Orazio Carratelli, Luigi Buccico, Luigi Maltagliati, Umberto Borsacchi, Nora Puntillo, Mario Falconi, e tanti, tanti altri.


Si ebbero anche interrogazioni, interpellanze e interventi in Parlamento di deputati e senatori dei più diversi partiti.


Ad esempio Bruno Romano e Michele Pellicani del partito socialista democratico (PDSI).


E ancora Giovanni Arenella, Francesco Cerabona, Mario Palermo, Alberto Guidi, Vincenzo Raucci, Angelo lacazzi, Abenante, Messinetti, Bronzuto, deputati tutti del partito comunista italiano (PCI) all’epoca su posizioni ben diverse, sul tema della giustizia, da certi suoi attuali successori.


E perfino un monarchico "storico", Cesare Degli Occhi.


Si ebbe anche un intervento particolarmente perentorio del Presidente della repubblica dell'epoca, Giuseppe Saragat.


E così non solo si dovette “mollare” Surace ma addirittura abolire per legge, con una riforma radicale,  i manicomi in Italia.


L’allora ministro della sanità Mariotti dichiarò : « Dobbiamo essere riconoscenti al giornalista Stefano Surace e a tutta la stampa italiana he ha saputo mobilitare, per aver dato un impulso decisivo alla riforma. Diciamo che è stata quasi una ribellione contro una realtà che era divenuta insopportabile ».


 


 


 


18 volte in nove galere


 


 


 


Non Basta. In seguito, all’epoca in cui per un giornalista entrare in un carcere per farci un articolo era pura utopia, Surace entrò ben 18 volte per pochi giorni in nove galere, usando un altro di quei suoi trucchi : quello di assumere la direzione di... riviste erotiche, e così attirarsi ordini di cattura in serie (allora era così).


Poté in tal modo realizzare una leggendaria inchiesta sulle carceri italiane, rimasta nella memoria storica del giornalismo mondiale.


Con essa denunciò fra l’altro le detenzioni preventive lunghissime in carceri che erano all’epoca veri luoghi di terrore dove gli assassinii e le crudeltà più efferate erano cose di tutti i giorni, senza che “fuori” se ne sapesse praticamente nulla.


 


E ne saltarono di teste di magistrati e di direttori di carceri...


 


 


Anche in quel caso terminò la sua campagna solo quando fu varata una radicale riforma penitenziaria.


In seguito denunciò che il Procuratore della repubblica di Monza, il suo braccio destro e il Presidente di quel tribunale, invece di incriminare e condannare i responsabili di certi “giri” illeciti su larga scala, li avevano “salvati” facendoli addirittura passare per vittime.


Sicché non si poté evitare di incriminare quei tre magistrati per favoreggiamento dei suddetti personaggi.


Dopo una lunga e tormentata istruttoria fra Torino e Brescia, risultò che i fatti di cui i tre erano accusati erano veri, ma i loro bravi colleghi bresciani ritennero che li avevano commessi solo per... “mera sprovvedutezza” (testuale). Insomma erano, come dire, un pò “ritardati”.


Non si poté comunque impedire che scoppiasse quello che venne definito lo scandalo dei petroli in Italia, in cui furono poi condannati il comandante in capo della guardia di finanza, il suo braccio destro e una serie di personaggi “molto in alto”.


Questa inchiesta portò automaticamente Surace ad occuparsi di un problema ancor più vasto, quello della (riportiamo da un suo dossier sull’argomento) “ben nota, e addirittura istituzionalizzata, carenza di controlli sui magistrati italiani. Per cui hanno la possibilità di manovrare o coprire attività illecite su larga scala, divenendo un elemento fondamentale di ciò che inquina il Paese”.


Il dossier concludeva con un’affermazione che a distanza di quasi un quarto di secolo appare profetica : "E’ urgente adottare anche in Italia i meccanismi di controllo sulla condotta dei giudici da tempo in vigore nei Paese democratici, se non si vuol diventare un specie di repubblica delle banane".


 


 


 


Un primato da “Guiness”


 


 


 


Quando poi Surace si trasferì in Francia, come corrispondente da Parigi accreditato presso il governo francese, la magistratura italiana ritenne arrivato finalmente il momento per una rivincita.


Sicché gli lanciò una serie di condanne (in contumacia ovviamente) per pretesi reati a mezzo stampa, per un totale di oltre… 18 anni di galera.


Facendogli  così conseguire un primato da Guiness per le condanne ricevute per quel tipo di reati.


Dopodiché fece pressione perché la Francia lo estradasse, ma ne ebbe un smacco bruciante a livello internazionale.


La Francia infatti, la cui magistratura è fra le più rispettate del mondo,


rifiutò, considerando “giuridicamente inesistenti” quelle condanne.


 


 E l’Italia fece una bella figura da repubblica delle banane.


 


 


 


Tutto ciò attirò anche l’attenzione della Corte europea per i diritti dell’uomo di Strasburgo, che fino a quel momento non condannava praticamente mai l’Italia, condizionata com’era dal mito di “culla del diritto” che ancora resisteva all’estero (non si era ancora al corrente che ne era divenuta la tomba).


Sicché alcuni esperti di quella Corte contattarono Surace, che passò loro un dossier in cui dettagliava la reale situazione della magistratura in Italia.


E detta Corte cominciò bruscamente ad emettere condanne in serie contro l’Italia, che divenne in breve di gran lunga la più condannata fra le 43 nazioni firmatarie della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.


 


 


 


Fino all’attuale imbattibile record di una condanna al giorno in media.


 


 


 


Un eroe civile


 


 


 


Non solo, ma in Francia Surace venne coperto di onori.


 


 Fra l’altro, Jacques Chirac lo decorò “per i suoi meriti di giornalista, scrittore, maestro di Arti Marziali di rinomanza mondiale, educatore di giovani e creatore di campioni".


Surace è in effetti un personaggio che da quasi mezzo secolo fa onore all'Italia anche all'estero, un intellettuale e filantropo dalle innumerevoli battaglie civili per le quali ha affrontato rischi anche gravissimi.


Un eroe civile, come più volte sottolineato anche dalla stampa italiana.


Il quotidiano «Il Giorno » ebbe a scrivere ad esempio, il 7 agosto 2002:


"Con la città francese (Parigi, ndr) Surace ha vissuto un lungo e felice idillio. Jacques Chirac l'ha onorato di prestigiose decorazioni e l'organismo nipponico delle arti Marziali, la Nippon Seibukan Imperial Academy gli ha conferito il 10° dan, onore mai attribuito prima ad un Occidentale.


"Anche in Italia Surace non veniva dimenticato: sia il ‘Corriere della Sera’ che il settimanale ‘Vie Nuove’, sia i colleghi della stampa napoletana lo definirono 'un eroe civile, un maitre à penser non violento ma micidiale quando si tratta di difendere la libertà e i diritti civili' ".


Il quotidiano « L'Opinione » l’8 giugno 2002 scrisse : « Surace quando era in Italia fece inchieste innumerevoli, talune rimaste memorabili.


« Negli anni ’70, quando per un giornalista era impensabile entrare in un carcere per una qualsiasi inchiesta, Surace si fece arrestare più volte e scrisse memorabili pagine sullo stato dei penitenziari italiani.


« Divenne una leggenda.


« Riuscì non solo a scrivere importanti articoli di inchiesta e di denuncia, ma trovò il necessario tempo per organizzare in modo nonviolento i detenuti nelle loro proteste, fino a quel momento scandite con coltellate e sequestri di guardie giudiziarie.


« Famosa, solo per fare un esempio, la rivolta “bianca” nel carcere di San Vittore, uno sciopero della fame a singhiozzo portato avanti alternativamente da milleduecento detenuti, divisi in due turni.


« Fondò l’AIDED (Associazione italiana di cittadini detenuti, ex detenuti e loro familiari) che il quotidiano La Nazione definì il primo sindacato per i detenuti.


« Denunciò la corruzione sopra le forniture alimentari e i medicinali nelle carceri, e qualche direttore di carcere finì sotto inchiesta.


« Giulia Borgese sul “Corriere della Sera” scrisse : “la storia di Surace appartiene agli annali”.


Recentemente è stato ancora Surace a denunciare che, nel processo contro Andreotti per l’assassinio di Pecorelli, la Corte di Perugia aveva commesso due falsi  colossali e una serie di omissioni che avevano permesso di attribuire ad Andreotti una condanna a ben 24 anni di galera.


Insomma questo gran maestro di giornalismo e di Arti Marziali “dal carattere d'acciaio e dalla penna al vetriolo, nutrito fin dall’infanzia dai principi di Sun Zu e di Minamoto Musashi” fa ballare tranquillamente alla sua musica l’intera magistratura della Penisola, di cui è diventato un vero incubo.


Un maestro lontano anni-luce dai vari Montanelli o Biagi, strumenti di assidua manipolazione al servizio dei potenti di turno, anche se recitano la parte di loro censori per meglio ingannare il pubblico.


E così assicurandosi agi, incensature e la solida garanzia di non essere distrutti come tanti giornalisti che il loro dovere invece lo facevano (ci siamo limitati a citare alcuni, ma sono schiere a tutti i livelli).


 


 


 


Non c’è da sorprendersi se certi ambienti si agitano affinché di Surace “non s’abbia a parlare”.


 


 


 


Per esempio “Legnostorto” (quotidiano on line assai seguito) che ha avuto spesso occasione di occuparsi di lui, a un certo punto ebbe a ricevere una lettera anonima che lo “consigliava” di non parlarne più.


 


 


 


Ma la risposta del direttore, Paolo Carotenuto, fu fulminante: “Chi sei tu, anonimo pidocchio, per giudicare un giornalista come Stefano Surace, uno di quei personaggi di cui si sente la mancanza nel panorama giornalistico italiano? ».


 


 


 


Ciampi e la “schiena dritta”...


 


 


 


Ma quanti giornalisti meno temprati di Surace, non dotati della sua penna micidiale e delle sue fulminanti capacità di reazione, sono in grado di non soccombere a certe cose ?


 


 Ciampi fa bene ad esortare i giornalisti a “lavorare con la schiena dritta e la testa alta”...


Ma come possono farlo quando ciò significa andare incontro alla propria sicura rovina, e a quella dei propri familiari ?


Ed ecco che non resta loro che fare come il povero Giuliano Ferrara...


Certo, basterebbe che tre o quattro giornalisti non avessero paura di affrontare la galera per “reati a mezzo stampa”, e che gli altri reagissero come han fatto per Surace, e la libertà di stampa in Italia sarebbe ben rispristinata.


Ma dove trovarli questi tre o quattro, se anche un “coraggioso” come Ferrara manifesta una tale “fifa blu” ?


Spetta dunque ora ai politici di ogni orientamento varare una riforma radicale della giustizia italiana che fra l’altro instauri anche in Italia i meccanismi di controllo sulla condotta dei giudici da tempo in vigore nei Paesi democratici.


« Mettano da parte le loro rissosità” esorta Surace “e badino a fare il loro dovere di dotare gli Italiani di una giustizia degna di un paese civile, e non vergogna d’Europa e dell’Occidente com’è attualmente, senza lasciarsi ritardare, per esempio, dalla bizze folli del Follini.


« Stabilendo fra l’altro una rigorosa separazione delle carriere per i PM, eliminando la scandalosa promozione automatica dei magistrati per semplice anzianità (fra le principali fonti di degenerazione della nostra giustizia) e instaurando giurie popolari a vari livelli.


« Nonché valorizzando il controllo della stampa, per conto del pubblico, sull’operato di chi esercita le proprie funzione in nome del popolo italiano.


“ Ciò depenalizzando i cosiddetti reati a mezzo stampa, finora mezzo privilegiato con il quale certa magistratura fa pendere su ogni giornalista la minaccia costante della galera o di risarcimenti spropositati, con danni incalcolabili per il corretto funzionamento delle istituzioni democratiche.


« In carenza di libertà di stampa una democrazia non notendo che degenerare in tempi brevi, come appunto in Italia ».


E’ in effetti ben opportuno che i politici si astengano dal  litigare come comari al lavatoio, e si decidano a pensare alle esigenze di una nazione civile.


Affare da seguire.


 


 




permalink | inviato da il 19/2/2004 alle 13:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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Non andare in giro dicendo
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Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

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Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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