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15 dicembre 2007

Oblò cubano.A Cuba segnali di fermento

 

Oblò cubano

di Gordiano Lupi.
 
 A Cuba segnali di fermento

Oppositori fermati mentre sfilano per i diritti umani

Un gruppo di oppositori capeggiati dall’attivista Darsi Ferrer è stato represso violentemente lunedì scorso all’Avana dopo una marcia pacifica per ricordare il giorno dei diritti umani, mentre dieci spagnoli che partecipavano sono stati immediatamente rimpatriati. La manifestazione ha avuto luogo nel quartiere del Vedado di fronte agli uffici della Unesco. «Camminavamo semplicemente, senza far male a nessuno, stringendoci la mano…», ha detto Ferrer. Per tutta risposta un gruppo composto da circa cento persone si è lanciato contro i manifestanti al grido di «Viva Fidel!», «Scorie!», «Vermi!», «Traditori!», «Venduti agli americani!». Si trattava della solita repressione governativa a base di membri della milizia e della sicurezza di Stato travestiti da cittadini manifestanti.
«È stata una giornata movimentata», ha detto il dissidente Vladimiro Roca della coalizione Todos Unidos. «La reazione dei governativi non è stata pacifica, sono volate botte e manganellate, la polizia si manteneva a distanza e lasciava fare, alla fine alcuni dissidenti sono stati arrestati». Tra i fermati: il cittadino spagnolo Manuel Benito del Valle, gli attivisti cubani Milena Almira, José Luis Rodríguez Chávez e Fidel Mojena, che dopo poche ore sono stati rilasciati. «Ci hanno insultati, picchiati, presi di forza e messi in un’auto per portarci via», ha dichiarato Del Valle.
La marcia antiapartheid è stata bloccata e altri oppositori non hanno potuto raggiungere il luogo stabilito per la riunione. Ci sono stati molti arresti di dissidenti e la polizia ha fermato sul nascere ogni tentativo di manifestazione, ma non ha potuto evitare che le Dame in bianco sfilassero nei pressi dell’Università per invocare il rispetto dei diritti umani a Cuba.


Carlos Otero chiede asilo politico agli Stati Uniti

Carlos Otero (foto), umorista e presentatore della televisione cubana, ha chiesto asilo politico agli Stati Uniti e nei prossimi mesi raggiungerà Miami con la sua famiglia. «Sono molto contento perché da tempo preparavamo questa uscita dal Paese. Non voglio più chiedere a nessuno il permesso di esprimermi e di muovermi. Finalmente sento che potrò fare davvero una vita da uomo libero», ha detto Otero.
Il presentatore televisivo ha 49 anni, era l’animatore più popolare della televisione cubana, di sicuro viveva meglio di altri che non hanno un lavoro dignitoso e una casa degna di questo nome. Otero è laureato alla Scuola Nazionale di Arte, ha avuto successo presentando il format giovanile “Para bailar”, in seguito lo abbiamo visto condurre il programma umoristico-musicale “Sabadazo”, infine alla guida di “Justo al medio” e “La hora de Carlos”, spettacoli di musica e interviste molto seguiti. Può vantare ventotto anni di carriera televisiva e recentemente conduceva la seguitissima rubrica domenicale “Con Carlos y punto” trasmessa su Cubavision.
Non ce l’ha fatta più a resistere in un Paese dove fare un lavoro di giornalista e da uomo di spettacolo è sempre più difficile. Censura, controlli, polizia che voleva leggere copioni prima di andare in scena, soprattutto che pretendeva di modificarli e che non fosse mai presente alcuna critica al regime. La vita era diventata impossibile. Otero, la moglie Mylen Laura Alvarez, i figli Alejandro e Julio César, hanno approfittato di uno spettacolo da realizzare in Canada per passare la frontiera a Buffalo, stato di New York, e chiedere asilo politico. L’artista stava pianificando uno spettacolo da realizzare a Toronto per il secondo anno consecutivo.
«Tutto preparato per facilitare la mia fuga…», confessa Otero. «Spero di continuare a fare il mio lavoro anche in esilio, ma soprattutto voglio far crescere i miei figli in un sistema diverso, spero che possano studiare le cose che amano e non quelle che pretende il partito. Voglio vivere insieme alla mia famiglia in un mondo dove sia possibile non essere d’accordo con il sistema che governa. Non sapete quanto sono contento all’idea di non dover più guardare la famigerata “Mesa Redonda”». Per i non cubani va spiegato che la “Mesa Redonda” è un programma politico quotidiano che rasenta la comicità involontaria, un dibattito tra un sacco di gente che la pensa tutta alla stessa maniera. Per fare un esempio calzante è come assistere a una discussione di un’ora tra Gianni Minà e Gioia Minuti. Parlano soltanto membri del partito, se la cantano e se la suonano, alla fine hanno sempre ragione loro e il pubblico è obbligato ad applaudire. Totalitarismo tropicale, per dirla con Jacobo Machover, parafrasando il titolo di un libro recentemente uscito in Italia.

La situazione politica cubana è in grande evoluzione e fermento. Lo dimostrano i numerosi interventi dei castristi nostrani e la grande presenza sulla stampa di fiancheggiatori del regime. Ogni volta che il sistema comunista è stato in difficoltà ha sempre avuto bisogno di aiuti dall’esterno per mantenersi saldo. Forse la morte del Comandante può accelerare la transizione verso una Cuba democratica. In Italia stanno uscendo libri un tempo impensabili: Miti dell’antiesilio di Armando De Armas (Spirali), I nomi del male di Maurizio Stefanini (Boroli), Contro ogni speranza di Armando Valladares (Spirali), Totalitarismo tropicale di Jacobo Machover (Ipermedia). Credo non sia un caso, ma un segnale ben preciso, anche se gli editori continuano a essere piccoli, mentre i grandi editori di regime propagandano le menzogne castriste (Ramonet, Minà…).
Forse presto potremo cantare con Willy Chirino su un Malecón imbandierato davvero a festa: Cuba libre y soverana.
In qualunque modo accada, come dice de Armas.
In qualunque modo.











permalink | inviato da Controcorrente il 15/12/2007 alle 15:25 | Versione per la stampa


5 aprile 2006

Prodi ha svenduto i nostri vini di qualità



Storia di un anti-Italiano
Sesto motivo
Prodi ha svenduto i nostri vini di qualità

“La vita è troppo breve, per
bere del vino cattivo”
(G. E. Lessing)

L’incubo dell’Amarone “cinese”. Prima o poi, troverete sullo scaffale di qualche supermercato il famoso vino veneto della Valpolicella, l’Amarone, ad un prezzo davvero stracciato. Nel sorseggiarlo, però, vi potrebbe capitare di fare una smorfia di disgusto, scoprendo un’imprevista acidità. A quel punto, disorientati, vi soffermerete a guardare l’etichetta e scoprirete che il vino in questione proviene magari dalle pianure della provincia del Liaoning, in Manciuria, nella Repubblica Popolare Cinese, a qualche decina di migliaia di chilometri da Verona. Perché evochiamo un tale incubo? Perché Romano Prodi ha contribuito a fare in modo che quest’incubo un giorno o l’altro possa diventare realtà. E adesso vi racconteremo il perché.
Nel 2003, nel battezzare la controversa proposta di riforma della Politica agricola comune, Romano Prodi tentò in vari modi di giustificare i tagli e i sacrifici che l’agricoltura europea avrebbe dovuto affrontare. La sua tesi principale era quella di puntare tutto sulle denominazioni di origine e sui prodotti d’eccellenza, “che costituiscono la via sulla quale l’Europa deve lavorare perché non è più pensabile riuscire a stare nei costi di un’agricoltura massificata” . Queste dichiarazioni sembravano essere l’importante garanzia di un impegno per la valorizzazione dei prodotti di qualità, un’esigenza fortemente sentita da
produttori e consumatori italiani ed europei. Purtroppo però, Prodi, come al solito, predica bene e razzola male.
Infatti era già da tempo in atto un vero e proprio accanimento contro la migliore produzione vitivinicola. Dal 2002 al 2004 la Commissione si contraddistinse nella elaborazione di una serie di regolamenti che, in barba ai proclami sulla tradizione e la qualità, aprirono di fatto la porta alla concorrenza sleale, permettendo per la prima volta ai produttori extra-europei l’utilizzo delle
denominazioni più prestigiose dei vini italiani. Stiamo parlando di marchi noti in tutto il mondo come l’Amarone, il Brunello, il Morellino, il Vin Santo… In parole povere, un vino prodotto in Cile, in Cina o in Australia con un sapore vagamente simile ad uno dei nostri vini pregiati avrebbe potuto essere etichettato come se fosse stato originale. Il regolamento incriminato era il famigerato
316/2004.
Il giallo dei vini “taroccati”. L’iter per l’adozione del Regolamento fu molto sofferto e si trascinò per un anno intero. Ci fu un braccio di ferro tra la Commissione e i Paesi produttori, tra cui l’Italia, la Spagna, la Francia, il Portogallo e la Grecia, che volevano rassicurazioni sulla tutela delle menzioni tradizionali.
Era chiaro che dietro alle esigenze di massima liberalizzazione proclamate dalla Commissione si nascondevano, in realtà, gli interessi delle grandi multinazionali, sempre interessate ad ampliare il proprio mercato a danno della qualità. Proprio per questo, probabilmente, la Commissione cercò il momento favorevole per tentare una forzatura ed approvare il nuovo Regolamento senza
tenere conto delle istanze del settore vitivinicolo. E così, nonostante il documento di lavoro della Commissione fosse all’ordine del giorno da ottobre, venne discusso nel Comitato di gestione dei vini solo alla fine di gennaio. Il testo era disponibile solo in francese e soprattutto non prendeva in considerazione i suggerimenti proposti dai Paesi produttori.
Per l’Italia il Ministro Alemanno chiese un rinvio per l’approvazione definitiva, in attesa di un’attenta consultazione del testo. Le sue lecite richieste rimasero però lettera morta. Il Regolamento fu approvato in modo anomalo con 47 voti favorevoli contro 40 voti contrari, contravvenendo alla norma che prevedeva una maggioranza dei due terzi.
In poche parole, con il nuovo Regolamento si dava il via libera alla produzione pirata dei nostri vini, aprendo la strada all’Amarone cinese, al Morellino cileno, al Brunello sudafricano. Sostanzialmente un affronto per la
tradizione e la fama internazionale dei nostri vini. Infatti, il marchio, anche se di fantasia, rappresenta un valore aggiunto per tutte quelle generazioni di produttori che hanno determinato la qualità e la reputazione commerciale del prodotto vitivinicolo, legato a caratteristiche ben definite del territorio italiano e realizzato secondo metodologie molto rigorose.
È stato il trionfo della liberalizzazione selvaggia: la Commissione Prodi ha di fatto autorizzato un abuso delle menzioni tradizionali, che ha riversato sul mercato internazionale un eccesso di prodotti con marchi taroccati, di dubbia
qualità.
 Nonostante la forte opposizione dei produttori e dei consumatori e alcuni ricorsi alla Corte di Giustizia, l’euroburocrazia prodiana ha vinto, infliggendo così un duro colpo a secoli di tradizione e di eccellenza.




permalink | inviato da il 5/4/2006 alle 23:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


5 aprile 2006

Prodi ha cercato di boicottare Parma come sede per l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare



Storia di un anti-Italiano

Quinto motivo

Prodi ha cercato di boicottare Parma come sede per l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare
“A proposito di politica:
ci sarebbe qualcosa
da mangiare?”
(Totò)

L’impresentabile proposta di Lussemburgo. Provate ad avventurarvi in internet alla ricerca di notizie sul Lussemburgo. Vi chiederete, perché? Vi preghiamo di avere pazienza, la risposta la troverete più avanti.
Comunque sia, c’è un sito che raccoglie le testimonianze dei viaggiatori e, in una delle pagine dal titolo “Lussemburgo perchè andarci”, leggiamo:“Sono passata dal Lussemburgo in macchina per andare in Belgio. E’ vero non
c’è niente da fare e da vedere.... non vale sicuramente un viaggio apposta. Unico aspetto positivo per cui vale la pena di passare di lì se si è in macchina è per il costo della benzina (meno che in Svizzera). Siamo passati alle 17.00 era
tutto chiuso, non siamo neanche scesi dalla macchina... una tristezza indicibile” .
Nonostante questo esordio scoraggiante, vi invitiamo a fare un’ulteriore ricerca sulla tradizione culinaria lussemburghese e scoprirete che “sulla mensa spadroneggia la carne, soprattutto di maiale (per esempio lo “judd mat
Gaardebounen”, collo di porco con contorno di fave) e selvaggina (piatto prelibato: i fagiani gratinati alla birra bionda). Ricetta tipica, i “gromper keeschelche”, crêpes con pomodori grattugiati, cipolle e prezzemolo, cotte in olio caldo” .
Un po’ poco, direte voi, per far del Lussemburgo la capitale della buona cucina e dei prodotti tipici. Come darvi torto! Chissà, invece, cosa sarà passato per la mente a Romano Prodi quando, in un’intervista ufficiale alla tv finlandese nel febbraio 2001, propose la città di
Lussemburgo come sede dell’Agenzia europea per la sicurezza alimentare . Incredibile ma vero, non si trattava di una battuta di cattivo gusto, anzi il Professore ci tenne a puntualizzare che lui aveva fatto la proposta di Lussemburgo “con serietà” .
L’Agenzia oggi ha orgogliosamente sede in Italia, a Parma. Fin dall’inizio, la patria del parmigiano e del prosciutto era la candidata naturale, quasi scontata, per l’Authority, ma grazie alle proposte surreali del Presidente Prodi è arrivata al traguardo solo dopo un percorso tortuoso e sofferto. Prodi il burocrate. Raccontiamo la storia dall’inizio. In un’intervista alla Gazzetta di Parma, il Sindaco di Parma, Elvio Ubaldi, aveva definito Prodi “un grigio burocrate di vecchia scuola che ha un’idea contraddittoria rispetto alla costruzione di una vera Europa federata” . Parole pesanti, uno sfogo nato dalla delusione per la preferenza espressa da Romano Prodi in favore della città di Lussemburgo. Di fronte all’unanime levata di scudi contro le sue affermazioni, che avevano lasciato tutti allibiti, Prodi si giustificò dicendo, in modo maldestro, che aveva bisogno di “razionalizzare la distribuzione geografica degli uffici della Commissione” . La verità è che queste presunte esigenze erano totalmente pretestuose e incomprensibili e denunciavano piuttosto l’attitudine di chi voleva remare contro l’Italia. Vale la pena ricordare che il Granducato lussemburghese non aveva mai presentato formale richiesta per l’Autorità alimentare, al contrario di Parma che aveva avanzato da anni la sua candidatura.
E’ quindi curioso notare come la militanza “anti-italiana” del Professore sia stata costante e di lunga data.
Tanto per fare un solo esempio, nella vicenda di Parma persino il Ministro delle Politiche Comunitarie Gianni Mattioli, esponente di centro-sinistra del Governo Amato, nel marzo del 2001, espresse la sua indignazione contro le proposte anti-italiane di Prodi, dicendo che la scelta della sede dell’Autorità alimentare europea doveva essere fatta tenendo conto del merito, senza cedere ad approcci burocratici, tanto cari al Professore. “Abbiamo accolto con una certa sorpresa queste uscite del Presidente Prodi” , aveva sottolineato Mattioli riferendosi all’idea di Lussemburgo, “va da sé che deve essere il Presidente di tutti e non solo un Presidente italiano. Francamente però dire che bisogna dare l’Autorità a Lussemburgo perché ha perso un ufficio, non ci sembra un argomento forte. Comunque non è questo l’argomento che deve sottendere alla scelta” . Ma Mattioli non si fermò qui e rincarò la dose: “Non bisogna ragionare da burocrati. Nell’epoca di internet e della comunicazione on line la priorità non è concentrare tutto a Bruxelles o in un raggio di poche decine di chilometri (…) Questa è una cosa ridicola” . La situazione si fece imbarazzante perché Prodi fu attaccato da tutti e su tutti i fronti. Non sapendo più come giustificare questo incomprensibile e contraddittorio comportamento, Prodi ad un certo punto ebbe addirittura il coraggio di affermare, a discapito dell’Italia e anche dell’evidenza, che lui non era stato adeguatamente avvertito della candidatura di Parma . Fatto sta che in questa confusione generale l’Italia perse di credibilità.
Pochi mesi dopo, cambiato il Governo, il Ministro per le Politiche Agricole, Gianni Alemanno, fu costretto a denunciare che il Governo
Berlusconi aveva ereditato una situazione così compromessa da esporre l’Italia al rischio di “rimanere esclusa dalla distribuzione delle sedi europee di Autorità o di Agenzie” . Alemanno evidenziò amaramente che l’Italia era stata lasciata
da sola, dichiarando: “Quello che ci ha colpito molto è il fatto che il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, emiliano, italiano, non sta facendo a nostro avviso quanto potrebbe per ottenere questo risultato e quindi sostanzialmente oggi l’onere della trattativa è tutto esclusivamente sulle spalle del Governo italiano” .
Chi tiene il piede in due staffe spesso se lo trova fuori. Il colmo dell’infida ambiguità si raggiunse qualche mese più tardi, nel novembre 2001. A seguito delle dichiarazioni di Alemanno che aveva interpretato alcune affermazioni fatte da Prodi sul caso Parma come “un segnale positivo”, arrivò la doccia fredda. Pur di fare un dispetto a Berlusconi e impantanare ulteriormente le trattative, il portavoce di Prodi si affrettò a precisare che “il Presidente della Commissione non ha lanciato alcun segnale né fatto alcuna dichiarazione
a sostegno o contro la candidatura di Parma, come sede dell’Autorità alimentare”. Dallo staff di Prodi si ricordò anche che la decisione sull’Authority alimentare era di competenza del Consiglio dei ministri della Ue e non dell’Esecutivo. Come dire, il Prodi versione “Ponzio Pilato” se ne voleva lavare le mani e lasciare la patata bollente al Governo italiano, facendo in realtà un torto all’Italia tutta.
Vogliamo risparmiare al lettore le infinite puntate di una telenovela durata più di qualche anno e quindi la faremo breve. Alla fine il governo Berlusconi ha portato a casa vittoriosamente l’ambito risultato: Parma è diventata la sede
dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare. Nonostante Prodi. Ma il fatto più divertente e clamoroso è che il Romano anti-italiano ha avuto pure la faccia tosta di prendersene il merito e di dichiarare: “è anche un successo mio personale perché abbiamo lavorato a questo per quattro anni”(!!!). Ogni commento è decisamente superfluo. Per sdrammatizzare, ecco un “match” culinario Lussemburgo contro Parma. Per i cultori della cucina, segnaliamo due ricette facili facili : un antipasto ed un contorno a confronto.
Per il Lussemburgo le famose Polpettine di grano saraceno (dosi per 10 persone): Ingredienti: Farina di grano saraceno, 500 g; Panna o latte, 1 bicchiere; Strutto o burro, 50 g; Sale, q.b. Preparazione: 1. Salate e fate bollire un litro d’acqua. Appena alza il bollore versatevi la farina di grano saraceno e mescolate energicamente per evitare che si formino grumi.
Cuocete per un quarto d’ora mescolando. 2. Ritirate dal fuoco, lasciate raffreddare un po’ il composto, poi preparate le polpettine. In una padella lasciate sciogliere lo strutto e soffriggetevi le polpettine.  Quando sono ben colorite, sgocciolatele, passatele in un
altro tegame, versatevi un bicchiere di panna, mescolate, fate addensare quanto basta, regolate il sale, lasciate scaldare.
Per Parma vi proponiamo lo Gnocco fritto. Ingredienti: Farina bianca, 250 g; Lievito di birra, 15 g; Strutto (od olio), 30 g; Sale, 1 cucchiaio; Acqua tiepida, 12 cucchiai; Olio per frittura, q.b. Preparazione: 1. Disponete a fontana la farina lasciando un incavo nel centro, quindi unitevi il sale, lo strutto e il lievito sciolto nell’acqua. Lavorate bene il tutto. 2. Lasciate lievitare questo
impasto in luogo tiepido per circa un’ora. Stendete la pasta in una sfoglia alta circa 3 mm. Tagliatela a rombi e friggeteli nell’olio bollente, pochi per volta. Fate sgocciolare gli gnocchi e serviteli caldi.
Noi li abbiamo provati e, se è vero che “de gustibus non disputandum est”, a nostro modesto parere, lo Gnocco batte la Polpettina 100 a 1.




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5 aprile 2006

Prodi ha assecondato l’invasione commerciale cinese



Storia di un anti-Italiano

Quarto motivo

Prodi ha assecondato l’invasione commerciale cinese

“Coloro che non fanno piani
e sottovalutano
l’avversario saranno
certamente catturati.”
(Sun Tsu)

Volete più Cina? Allora votate Prodi. “Prodi non è la medicina ma la malattia, è l’agente commerciale e la quinta colonna della Cina. Chi vota Prodi non vota per l’Italia ma per la Cina. Chi vota Prodi, vota per perdere il suo posto di lavoro, per far chiudere i capannoni delle nostre imprese” . Prendiamo in prestito le parole del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, che danno un’idea chiara del ruolo di Prodi nei rapporti tormentati con Pechino. Ma facciamo un passo indietro.
Gli anni della Presidenza Prodi coincidono con le trattative chiave per l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e soprattutto con l’inizio del boom commerciale cinese in Italia e in Europa.
Infatti, dal 2000 al 2004, si è registrato un aumento clamoroso dell’importazione di alcune merci cinesi, in media del 700%. La Cina ha infatti invaso il mercato europeo con valanghe di prodotti apparentemente a basso costo.
In realtà il costo è elevatissimo. In Cina questi prodotti, dall’abbigliamento all’agroalimentare, fino agli apparecchi tecnologici, vengono realizzati senza alcun rispetto per i diritti umani, con salari irrisori, senza rispetto per l’ambiente, senza garanzie per la sicurezza dei consumatori, spesso impiegando manodopera minorile. Troppe volte queste merci sono contraffatte, incentivando così
un mercato immenso, che ha visto crescere il suo giro d’affari del 1300% e che finanzia organizzazioni criminali. Un mercato che oltretutto danneggia direttamente le aziende italiane ed europee e ne svaluta il patrimonio di professionalità. Solo in Italia, negli ultimi dieci anni, il mercato dei falsi ha fatturato dai tre ai cinque miliardi di euro, determinando una perdita di almeno 30.000 posti di
lavoro. Vediamo come il Presidente della Commissione europea, Romano Prodi, affrontò la valanga cinese. La genesi dell’invasione. Tutto iniziò a Pechino nel dicembre del 1999 con l’annuncio dell’istituzione di una “camera di commercio Ue - Cina”. Ma il
vero colpo di fulmine ci fu nel maggio 2000, quando avvenne l’incontro fatale tra Europa e Cina. Proprio in quella data, infatti, si chiuse l’accordo che ha dato il via libera all’ingresso del colosso asiatico nel WTO. E Prodi non perse l’occasione per esprimere “soddisfazione” e per definire l’accordo “storico” . Ma c’è di peggio. Prodi si avventurò in previsioni destinate a rivelarsi, come al solito, totalmente sbagliate. Secondo il Professore, infatti, l’intesa rifletteva ampiamente “gli specifici interessi europei sul mercato cinese” e avrebbe quindi assicurato “molti posti di lavoro ai cittadini europei” . Queste le dichiarazioni trionfali del Presidente Prodi, che sembrano un caso di umorismo involontario. Per la Cina, infatti, è il momento della svolta. Per l’Europa, invece, è l’inizio di un incubo fatto di concorrenza sleale, di prodotti contraffatti, di aziende costrette a chiudere e di lavoratori licenziati. Come se non bastasse, in quel periodo l’Unione europea acquisisce come sua competenza specifica quella del commercio estero, scippando ogni potere decisionale ai singoli Stati europei. Ad onor del vero, i facili e superficiali entusiasmi di Prodi già da allora non erano passati inosservati. Autorevoli commentatori, infatti, definirono quell’accordo molto problematico, una sorta di “alchimia” che poneva numerosi interrogativi sull’impatto storico di quell’evento.
Ma non finisce qui. Si te preme er patrimonio lassa perde er matrimonio. Se Prodi avesse dato retta a questo noto proverbio romanesco ma, si sa, lui Roma proprio non la sopporta avrebbe forse compreso meglio i guai ai quali l’Europa stava andando incontro.
Tra il 2000 e il 2004 ci sono stati ben tre vertici tra l’Unione europea e la Cina nei quali la Commissione avrebbe potuto chiedere maggiori garanzie per le imprese europee, a partire dal comparto del tessile e del calzaturiero, oggi in crisi. Ma queste occasioni non furono colte. L’attivismo prodiano è stato solo un fiume in piena di parole, senza un’idea sul da farsi o uno straccio di progetto. Il Professore non è riuscito a rendersi conto della gravità della situazione tanto che, senza una strategia ma per puro spirito propagandistico, si è ostinato ad aumentare e moltiplicare i rapporti tra la Cina e il Vecchio Continente. Non si contano le frasi di circostanza, altisonanti quanto patetiche, pronunciate nelle occasioni istituzionali. Il ventaglio delle dichiarazioni sarebbe
immenso, ma faremo solo qualche esempio. Si va dal Prodi, “versione Giulietta e Romeo”, che nel pieno dell’invasione cinese incontrò il premier di Pechino, Wen Jiabao, e dichiarò: “Tra Ue e Cina il fidanzamento è ormai ufficiale. Il nostro forse non è un matrimonio, ma di certo è un fidanzamento molto serio” ; per passare poi al Prodi “versione guru indiano” che, nel suggerire di evitare posizioni protezionistiche, invitò tutti a “ritrovare la Cina che sta in noi” . I dati del fallimento. La verità è che l’era Prodi si è conclusa con un
bilancio assolutamente catastrofico. Qualche numero: in Italia, tra il 2000 e il 2005, l’import cinese nel settore tessile ha toccato cifre da record, con un incremento delle importazioni dei pantaloni fino al 1960%, dei pullover fino al 1250%, delle magliette fino al
537%, dei cappotti fino al 757%, mettendo così in crisi 28.000 aziende e in pericolo 90mila posti di lavoro. In Europa, invece, sono a rischio quasi un milione di posti di lavoro. Altro settore in crisi è quello calzaturiero: negli ultimi anni l’Europa ha importato dalla Cina più di un miliardo di paia di scarpe, mettendo a repentaglio più di 70mila posti di lavoro. E ancora, la Commissione non ha saputo difendere le nostre produzioni agroalimentari d’eccellenza contro ogni sorta di pirateria: solo per fare qualche esempio, ogni anno vengono importate nell’Unione europea 30mila tonnellate di mele cinesi, 1.000 tonnellate di aglio e 157mila tonnellate di pomodori. Ma anche altri settori considerati strategici per la nostra economia subiscono una concorrenza sleale senza precedenti. Solo con la nuova Commissione Barroso, nel 2005, sono stati presi i primi tardivi provvedimenti per cercare di far fronte allo shock da importazioni cinesi.
Peccato che dopo cinque anni di prodiana passività, il danno sia diventato quasi irreparabile.




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5 aprile 2006

Prodi ha utilizzato le istituzioni europee per fare politica in Italia




Storia di un anti-Italiano

Terzo motivo
Prodi ha utilizzato le
istituzioni europee per
fare politica in Italia

“Il fine giustifica i mezzi”
(N. Machiavelli)

A chi non sa parlar bene, s’addice il silenzio. “Stile disordinato”.
“Scarsa padronanza delle lingue”. “Manager incapace”. “Uomo sbagliato per
l’incarico di Presidente della Commissione”. “Allarmante inclinazione alle gaffes” . Queste le critiche ricorrenti utilizzate dalla stampa internazionale per descrivere Romano Prodi. Durante i cinque anni da Presidente della Commissione, Prodi non ha goduto di buona stampa, a partire proprio dal Financial Times che ha condotto una vera crociata contro di lui. Tutti conosciamo il proverbiale antieuropeismo degli inglesi ma, dietro alla sistematica e maniacale lente d’ingrandimento del giornale della City puntata su Prodi, c’erano fin troppi motivi per alimentare le
polemiche.
Tutto inizia con un’imbarazzante questione di formaggio. Un “alto diplomatico Ue” riferí al Financial Times della “mancanza di leadership di Prodi” raccontando un episodio paradigmatico. Si narra, infatti, che Prodi, durante una cena ad un summit Ue nel 2001, “stava leggendo il suo discorso, quando il Presidente francese Jacques Chirac ha iniziato a protestare per l’assenza di formaggi nel menu”. Tutti i leader “si sono uniti nel dibattito (sul formaggio), ma Prodi ha semplicemente continuato a leggere il suo discorso” .
Ma questo non è tutto. A proposito di gaffes clamorose ce ne sono alcune rigorosamente in chiave anti-italiana. Ecco un elenco sommario.
Scivolando sulla stupidità. Non ci attarderemo ad elencare le proteste degli europarlamentari quando Prodi, nell’ottobre 2002, definì “stupido” il Patto di Stabilità, cioè l’accordo per far rispettare i criteri di Maastricht e per evitare disavanzi pubblici eccessivi e garantire la stabilità monetaria nella zona euro. Un accenno, però, siamo costretti a farlo perché quello “stupido” gli costò caro.
In quella circostanza Prodi si trovò sotto il tiro incrociato di mass media e istituzioni comunitarie: nelle relazioni internazionali, infatti, non sono particolarmente apprezzate le espressioni colloquiali quando si parla di argomenti tecnici. Caustico fu il commento del capogruppo dei Popolari europei, Hans-Gert Poettering, durante il dibattito a Strasburgo: si dichiarò esterrefatto per le parole di Prodi che, a suo avviso, rischiavano di compromettere “ulteriormente l’autorevolezza della Commissione”. Inoltre si disse sbalordito perché Prodi non aveva chiesto scusa . Prodi si giustificò come sempre in modo goffo. Non a caso con quella sua
abituale approssimazione dialettica si guadagnò un giudizio molto duro dall’inglese “The Guardian” che scriveva: “Prodi ha fallito in modo disastroso nel comunicare, persino in lingua italiana” .
Prodi il visionario della politica. Prodi diventò una sorta di zimbello delle istituzioni comunitarie, quando nel novembre 2003 presentò il manifesto “L’Europa: il sogno, le scelte”. Con questo suo programma politico il Presidente della Commissione decise di scendere in campo, come leader dell’Ulivo, in vista delle elezioni europee. Sui sogni e sulle visioni prodiane avremo ancora modo di esprimere le nostre perplessità. Comunque, nacque un dibattito sull’incompatibilità tra l’incarico istituzionale di Presidente della
Commissione, una posizione che deve dare garanzie di neutralità e indipendenza, e il suo ruolo in Italia di capo dell’opposizione. Insomma la denuncia era chiara: la Commissione europea non poteva trasformarsi in un taxi per la politica nazionale. La polemica era troppo ghiotta e i mass media si scatenarono. Il Times, il Frankfurter Allgemeine Zeitung e il Mundo consigliarono immediatamente a Prodi di lasciare l’Europa e “concentrarsi sulla politica italiana” . Ovviamente il Financial Times continuò a non lesinare complimenti, definendo Prodi addirittura un “re in esilio” e chiedendosi “se il suo cuore e la sua testa” potessero “stare in due posti contemporaneamente” . Questa dissociazione, secondo il giornale della City, era “causa di serie preoccupazioni” nelle istituzioni comunitarie. “Inaccettabile. Scorretto. Irresponsabile” , denunciò immediatamente il capogruppo dei popolari Poettering sulla stampa italiana, proclamandosi infastidito nel vedere “il Presidente della Commissione europea che si mette a interferire con la politica italiana, anziché occuparsi degli affari dell’Unione europea” . A Strasburgo, dall’estrema sinistra agli euroscettici, dai socialisti ai popolari si alzò un coro quasi unanime: Prodi doveva scegliere, o l’Europa o l’Italia. Venne rimarcata per l’ennesima volta l’incompatibilità tra il suo ruolo istituzionale di Presidente della Commissione europea e il suo ruolo politico in
Italia di leader dell’opposizione. Anche il socialista Martin Schulz, divenuto famoso dopo il suo diverbio con Berlusconi, non risparmiò critiche contro Prodi, dichiarando che “il Presidente della Commissione dovrebbe essere sovranazionale e concentrarsi sul suo lavoro a Bruxelles” . E ancora. Il capogruppo dei popolari manifestò in modo aspro la sua disapprovazione: “In questi tempi difficili non abbiamo bisogno di un Presidente della Commissione che continuamente interferisca nelle vicende politiche interne del suo
Paese. Lei ha fatto una politica di partito, si è appellato alla sinistra italiana perché si riunisca: chi è Presidente della Commissione deve agire sempre in nome di tutti gli europei” . Rilanciò la polemica il presidente dei comunisti europei, Francis Wurtz,
che disse nell’Aula di Strasburgo: “Signor Presidente, questo incidente preelettorale non interessa minimamente il mio gruppo, motivo per cui avevo intenzione di rimanere in silenzio. Nondimeno, ritengo che questo incidente riveli un aspetto a me chiaro da tempo, cioè che la pretesa della Commissione di rappresentare l’interesse generale europeo è una pretesa al di sopra delle sue capacità. Da parte mia, preferirei che la destra e la sinistra del Parlamento si scontrassero con la stessa passione sulle politiche dell’Unione europea, anziché scontrarsi sui progetti di carriera e sugli affari di Stato” . Parole come macigni, per un Prodi già troppo debole.
Al lupo, al lupo. Il massimo della performance contro l’Italia fu nell’aprile 2004 quando Prodi, in maniera del tutto atipica e impresentabile sia in termini di linguaggio che di procedure, annunciò con un comunicato stampa la presunta messa in mora dell’Italia per il possibile sforamento del 3% nel rapporto deficit-Pil. L’annunciato “early warning” (in termini tecnici “avvertimento preventivo”), così come è chiamata ufficialmente la procedura sanzionatoria, creò un evidente e naturale shock politico-finanziario.
Peccato che non era vero assolutamente nulla. Infatti il provvedimento non fu mai effettivamente formalizzato per l’ottimo motivo che non sussistevano i presupposti, anzi il Fondo Monetario Internazionale smentì categoricamente le previsioni della Commissione europea .
Evidentemente Prodi voleva usare il suo incarico istituzionale come una clava contro il governo Berlusconi alla vigilia delle elezioni europee che si sarebbero svolte due mesi dopo.
La vicenda divenne così un caso internazionale a tal punto che Romano Prodi e la Commissione europea finirono nel mirino del settimanale “The Economist”, che definì il cartellino giallo alzato da Prodi contro l’Italia una diatriba strumentale, tutta rivolta al dibattito politico italiano. Infatti il giornale inglese, in un fondo dal titolo “La Commissione europea si sta disintegrando” ,
attaccò Romano Prodi considerandolo “sempre più preso dal suo ruolo di leader de facto dell’opposizione italiana” .
Prodi l’anti-italiano. Anche quando lasciò la Commissione europea, Prodi non perse l’occasione per continuare ad esibire la sua solita ambiguità anti-italiana.
La prima occasione fu nel novembre 2004, quando il Premier Berlusconi, nel pieno della recessione economica del Vecchio Continente, scrisse una lettera aperta al Presidente di turno dell’Unione europea, chiedendo la revisione del Patto di Stabilità al fine di sostenere crescita e sviluppo, per rilanciare gli investimenti su infrastrutture, ricerca e occupazione. La proposta era valida e fu condivisa. E ottenne, di conseguenza, l’immediato sostegno di Francia, Germania e Spagna, incontrando però l’ostilità di Prodi, a quel tempo appena sostituito da Barroso al vertice della Commissione. La logica prodiana era per il “tanto peggio tanto meglio” di leniniana
memoria. Prodi preferì, infatti, attaccare senza tregua la maggioranza di centro-destra in Italia anche a costo di danneggiare gli interessi del Paese. Pur di alimentare la disputa politica in chiave anti-italiana, l’ex-Presidente osteggiò la proposta di revisione del Patto, iniziando una critica distruttiva sulla politica economica del Governo e sullo stato dei conti pubblici italiani, snocciolando dati imprecisi a tal punto da guadagnarsi l’appellativo di “cornacchia” , cioè l’uccello del malaugurio, da Sandro Bondi. Mentre
Gianni De Michelis denunciava che la presa di posizione di Prodi e soprattutto i toni della polemica e il suo pessimismo sembravano dipendere solo da un fazioso spirito di parte: “Per uno che è stato fino a ieri Presidente della
Commissione europea”, spiegò De Michelis, “mi pare una caduta di stile che dimostra tutto sommato carenza di reali idee” .
In realtà Prodi aveva proprio perso la bussola e sempre in quel periodo rilasciava altre affermazioni deliranti. Come non ricordare, infatti, quando definì “mercenari” i giovani di Forza Italia. Una frase che non merita ulteriori commenti, se non la constatazione che definizioni di questo genere, anche in circostanze ben più drammatiche, non erano purtroppo estranee alla terminologia
politica della coalizione prodiana. Il Ministro Gasparri non mancò di sottolineare, in quella circostanza, che “il centro-sinistra definisce mercenari i militanti della Casa delle Libertà come definì mercenario il lavoratore italiano Quattrocchi ucciso dai terroristi in Iraq” .
Chi mal cerca fama, se stesso diffama. L’ex-Presidente della Commissione ha continuato a fare gaffes anche in giro per l’Europa.
Clamorosa fu quella del febbraio 2005, quando Prodi riportò alla stampa alcune presunte confidenze di Chirac contro l’Italia, in seguito smentite dall’Eliseo: “l’Italia ha perso spazi” e “siete rimasti isolati” , queste le frasi incriminate. Immediatamente Prodi si affrettò a rassicurare tutti con un pizzico di mitomania e declamò: “sarà mio compito riportare il nostro Paese nel nucleo che decide” . Peccato che poi fonti ufficiali francesi smentirono le dichiarazioni di Prodi e l’ambasciata di Francia in Italia precisò che il Governo francese era “in piena sintonia” con quello italiano . Ma lui, astioso e un po’ patetico, suggerì al suo ufficio stampa di dire che “quando il professor Prodi dice una cosa la dice sapendo che la può e la deve dire” . Ci risparmiamo le valutazioni di natura psicanalitica che emergono dalle
dichiarazioni di Prodi, che tradiscono un’insicurezza mista a manie di persecuzione e che tracciano un imbarazzante profilo psicologico. Comunque sia, a prescindere dall’accaduto, la risposta unanime fu che Prodi non si era comportato da politico responsabile. “Uno statista tutto può fare tranne che parlare male del suo Paese, soprattutto all’estero o dall’estero. E’ una cosa molto triste perseguire l’interesse di parte contro quello nazionale” , disse il ministro Tremonti. Non meno duro fu
l’ex-presidente della Repubblica Francesco Cossiga che accusò Prodi di “modi grossolani di far politica” e di essere estraneo alle regole “della buona creanza nazionale e internazionale” . Fino al ministro Buttiglione che parlò di “subordinazione culturale” .
In sostanza, un caso di gossip della peggior scuola scandalistica.





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4 aprile 2006

Prodi ha danneggiato l’Italia con i suoi silenzi: l’ingiustizia dell’Assegno inglese



Storia di un anti-Italiano
 
Secondo motivo
Prodi ha danneggiato l’Italia con i suoi silenzi:
l’ingiustizia dell’Assegno inglese

“Grande è la forza del nulla.
Non le si può fare niente”
(S.J. Lec)

Lo Sceriffo di Nottingham. Durante la presidenza inglese dell’Unione europea, nell’autunno 2005, abbiamo più volte chiesto a Tony Blair da che parte stava: da quella della giustizia sociale di Robin Hood o da quella della
prepotenza e dei soprusi, rappresentata dallo Sceriffo di Nottingham.
Il paragone con la saga di Sherwood ci è sembrato molto calzante poiché Blair si ostinava a difendere l’assegno inglese, il famigerato “English Rebate”, un perverso meccanismo attraverso il quale la Gran Bretagna continuava a sottrarre all’Italia ingenti risorse. Parafrasando il noto racconto inglese, abbiamo chiesto più volte alla ricca Gran Bretagna, e in particolare a Blair, di togliersi,
una buona volta, i panni dello Sceriffo di Nottingham, che prendeva ai poveri
per dare ai ricchi. L’odiosa ingiustizia dell’assegno inglese avrebbe dovuto essere denunciata da Romano Prodi, che invece nei cinque anni di Presidenza della Commissione europea si è contraddistinto per un silenzio complice e assordante. Ma è una lunga e complessa storia che vale la pena raccontare dall’inizio. Prodi tace e acconsente. Dalla fondazione della Comunità europea, ogni
Paese partecipa con una propria quota nazionale al bilancio comunitario. Per oltre vent’anni, l’unica a fare eccezione è stata la Gran Bretagna che ha contribuito in maniera del tutto irrisoria al bilancio dell’Unione europea, visto che
l’Europa ha sempre restituito a Londra la quasi totalità della somma versata. Questo vero e proprio rimborso si chiama “assegno inglese”. La storia dell’assegno inglese cominciò nell’era della Lady di Ferro. Infatti il Primo ministro britannico Margareth Thatcher, sostenendo che il Regno Unito era in una situazione economica molto difficile, pretese ed ottenne dall’Unione il rimborso di due terzi di quanto versava. Era il 24 giugno 1984 quando furono firmati gli accordi di Fontainebleau che resero possibile lo sconto inglese. I costi di questo sconto ottenuto dall’Inghilterra - di fatto un autentico privilegio - furono ripartiti tra gli altri Stati membri dell’Unione europea,
ma in maniera diseguale. A pagare, infatti, furono prevalentemente la Francia e l’Italia. Vediamo quali furono i motivi. La Francia fu disponibile a fare questo sacrificio forse perché otteneva dalle istituzioni comunitarie importanti fondi per l’agricoltura. Non è mai stata chiara, invece, la ragione per la quale l’Italia dovesse essere così penalizzata. I maligni ironizzavano sullo scarso interesse dell’Italia per le questioni europee. Fatto sta che qualcosa di vero deve pur esserci stato poiché dopo lunghe discussioni, nel 2000, quando si riaprì il dibattito sull’assegno inglese, anche l’Austria, i Paesi Bassi e la Svezia pretesero ed ottennero di alleggerire il loro contributo. L’Italia, invece, rimase a guardare, accettando passivamente di pagare un conto sempre più salato. Vale la pena ricordare che nel 2000 si sono alternati due governi di centro-sinistra, il governo D’Alema e il governo Amato che, evidentemente, non fecero nulla per cambiare la situazione. Anche Prodi, di fatto, preferí tacere. Così l’Italia è arrivata a “sborsare” a Londra una cifra record pari a un miliardo e mezzo di euro all’anno, cioè quasi tremila miliardi di vecchie lire, sottraendo preziose risorse allo sviluppo del nostro Paese, in particolare alle aree svantaggiate del Mezzogiorno.Nel corso dei cinque anni della Presidenza Prodi, questo iniquo e inspiegabile privilegio non è stato mai messo veramente in discussione. Soltanto con l’arrivo del nuovo Presidente Barroso, la Commissione ha preso una posizione forte, ritenendo che non ci fossero più le condizioni per concedere uno sconto
così eclatante al Regno Unito. Nel dicembre 2005 la Gran Bretagna ha finalmente ceduto sul tanto discusso “assegno inglese” e ha rinunciato a dieci miliardi e mezzo di euro dello sconto che aveva acquisito più di venti anni prima con la Lady di Ferro.
Determinante è stata la battaglia fatta dall’Italia e in particolare dal Ministro degli Esteri, Gianfranco Fini.




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3 aprile 2006

Prodi è fuggito dalle responsabilità sugli scandali della Commissione europea:il caso Eurostat



Storia di un anti-Italiano
Primo motivo
Prodi è fuggito dalle responsabilità sugli scandali della
Commissione europea:
il caso Eurostat

“Chi non conosce
la verità è uno sciocco,
ma chi, conoscendola,
la chiama bugia,
è una persona sleale”
(B. Brecht)
 Chi luogo e tempo aspetta, vede alfin la sua vendetta. Nel maggio 1999, Romano Prodi venne nominato Presidente della Commissione europea.
Come è noto, il prestigioso incarico ha rappresentato una sorta di “cambiale politica” che la sinistra italiana ha imposto alla sinistra europea a titolo di risarcimento nei confronti di Prodi.
Infatti, è utile rievocare che Prodi nell’ottobre 1998 era stato sfiduciato dalla sua maggioranza che, dopo un regolamento di conti, lo aveva liquidato senza scrupoli a beneficio di Massimo D’Alema, divenuto al suo posto Presidente del Consiglio. Una defenestrazione impietosa rispetto alla quale Prodi ricevette come indennizzo la Presidenza della Commissione europea.
La genesi del nuovo incarico è molto importante per capire il ruolo di Prodi all’interno delle istituzioni comunitarie. In poche parole, quella di Prodi fu una scelta subìta, motivata da ragioni che nulla avevano a che fare con l’Europa. Proprio per questo il neopresidente della Commissione utilizzò il suo incarico soprattutto per fare politica e per rianimare il centro-sinistra, cercando di conquistare così un ruolo di primo piano dopo la cacciata da Palazzo Chigi,decretata dai suoi stessi alleati.

Partendo da queste premesse è facile comprendere che Prodi finì per concentrarsi sulle questioni di politica italiana a tal punto da apparire lontano, quasi avulso dall’organismo europeo e dal suo funzionamento. In particolare, quando il Professore bolognese si è trovato di fronte a decisioni scomode, anziché assumersene la responsabilità, come gli imponeva il suo incarico, ha preferito
coscientemente “non vedere, non sentire, non parlare”, facendo propria la metafora della nota storiella cinese delle tre scimmiette.
Prodi il Censore. Torniamo al 1999. Prodi sostituì, con qualche mese di anticipo, il Presidente in carica della Commissione. Il suo predecessore, il lussemburghese Jacques Santer, fu costretto a dimettersi prima della scadenza naturale del suo mandato perché era stato sfiduciato dal Parlamento europeo, dopo essersi reso protagonista di uno scandalo istituzionale. Infatti, né gli europarlamentari né i mass media gli avevano perdonato che una componente della sua Commissione, Edith Cresson, Commissario all’Educazione e alla Ricerca, fosse finita sotto inchiesta per aver elargito, a spese dell’Unione, un contratto di lavoro al suo ex dentista. Proprio per questo, nel suo debutto a Strasburgo come Presidente della Commissione nel luglio 1999, Romano Prodi si prodigò in una requisitoria moralistica degna di Catone il Censore, proclamando di adottare, come cardini del suo mandato, la tolleranza zero sulle frodi e la trasparenza. In quello stesso discorso Prodi pretese ancora di più: in caso di ulteriori irregolarità ed illeciti, la Commissione tutta e i singoli Commissari avrebbero dovuto assumersi fino in fondo la responsabilità politica delle loro azioni e lasciare l’incarico, proprio per garantire il massimo del rigore rispetto ai cittadini. “Ho chiesto a tutti i Commissari di darmi, sulla loro parola d’onore, le dimissioni in mano qualsiasi evento nuovo capiti, qualsiasi fatto non conosciuto” , annunciò Prodi, con eccessiva enfasi. Peccato che non andò proprio così. Infatti, qualche mese più tardi, si cominciò a vociferare di dubbie consulenze che riguardavano l’Eurostat, l’istituto europeo di statistiche. Dopo le prime generiche indiscrezioni, iniziarono ad emergere dettagli preoccupanti. Si parlò chiaramente di “consulenze d’oro” e della creazione di “fondi neri”.
Venne fuori persino una ricerca pagata 570mila euro, lunga appena una pagina e mezzo . Per non parlare poi dei funzionari della Commissione sospettati di essere anche proprietari di alcuni studi di consulenza che lavoravano con l’Eurostat . A questo punto scoppiò lo scandalo, tanto più grave perché a finire sotto inchiesta fu proprio l’Istituto europeo di statistica. Ma che cos’è Eurostat? L’Eurostat non è un ufficio come un altro, uno dei tanti gangli della burocrazia europea. Si tratta invece di un istituto che, per il suo lavoro di rilevazione statistica, è di fatto il garante del Patto di Stabilità: verifica l’applicazione dei parametri di Maastricht e quindi concorre a determinare le politiche economiche e finanziarie degli Stati membri, vincolando gli Stati a politiche di rigore, che spesso si traducono in tagli ai bilanci o al welfare. Proprio perché ha un ruolo di vigilanza sui conti pubblici degli Stati europei, l’Eurostat non può essere nemmeno lontanamente sfiorato da dubbi o sospetti sulla trasparenza e sulla correttezza dei suoi atti. Lo scandalo Eurostat fu, quindi, assai più grave di quello che aveva travolto la Commissione Santer, perché questa volta non si trattò solamente di nepotismo o di episodi di corruzione, ma di un’azione sistematica finalizzata
alla creazione di fondi neri. Scoppia lo scandalo. Tra il 2002 e il 2003 il caso Eurostat diventò di dominio pubblico. L’inchiesta penale della Magistratura francese sull’Eurostat, scaturita dai rilievi della struttura europea antifrode (Olaf), trovò le prove di
un’ampia organizzazione di truffe ai danni dell’Unione. Due importanti dirigenti dell’Eurostat finirono nell’indagine, sospettati di aver organizzato un sistema che sottraeva denaro pubblico e lo convogliava in un conto bancario segreto in Lussemburgo .
Inevitabilmente si innescò una polemica furiosa anche contro la Commissione. Tutti cominciarono a reclamare una risposta chiara. Prodi si affrettò a negare tutto, dichiarando di non saperne nulla. Ma la stampa internazionale sostenne subito il contrario.
In particolare, il Financial Times accusò Prodi di aver appreso molte informazioni sullo scandalo e di non esserne perciò affatto all’oscuro . Subito il portavoce della Commissione europea liquidò l’articolo del giornale londine se definendolo “pura spazzatura” . Intanto una pattuglia di deputati, che sin dall’inizio si erano occupati del caso, dimostrarono che Prodi non poteva non
sapere, esibendo tutta una serie di documentazioni, tra cui più di cento interrogazioni, che chiedevano, a partire dal 1999, spiegazioni su presunte irregolarità che riguardavano l’Eurostat. Si scatenò un assedio mediatico, politico ed istituzionale.
 Prodi e la sua Commissione finirono nell’occhio del ciclone. Iniziò così uno psicodramma istituzionale che coinvolse tutti, nessuno escluso: il Parlamento, la Commissione, la Corte dei Conti e l’Olaf si impegnarono in una serie infinita di riunioni, pubbliche e “a porte chiuse”; furono elaborate decine di documenti riservati e un numero incalcolabile di note ufficiali, per non parlare poi degli innumerevoli piani di azione eternamente rimandati. “Il mio gruppo ne ha fin sopra i capelli dei piani di azione. Noi vogliamo i risultati, abbiamo già visto tonnellate di piani di azione” , si sfogò un deputato dei comunisti europei, in uno dei tanti dibattiti a Strasburgo.
Nel gennaio 2004, in una lunghissima Risoluzione , il Parlamento europeo arrivò ad accusare la Commissione di “diffusa cultura della segretezza”, sottolineando che nessun Commissario si era assunto “la responsabilità politica delle irregolarità avvenute presso Eurostat”, e si rammaricò che la Commissione non avesse agito “tempestivamente di fronte all’emergere di sempre maggiori prove di una gestione finanziaria irregolare” . Ad un certo punto spuntarono fuori anche i “whistle-blowers” , tradotto letteralmente “ventilatori di sussurri”, in poche parole “spioni”. Questi collaboratori di giustizia, come si dovrebbe dire in termini tecnici, informarono le Autorità competenti sui fatti di Eurostat in cambio di protezione e anonimato. Una vera e propria “spy story”. Ego “me” absolvo. Dopo alterne vicende lo psicodramma culminò con una mozione di censura contro la Commissione Prodi , discussa in Parlamento
nell’aprile 2004. Alla fine l’esecutivo di Bruxelles confessò che effettivamente c’erano state frodi per più di cinque milioni di euro, liquidando, però, il fatto come “un’eccezione deplorevole”, nel tentativo di autoassolversi .
 La Commissione se la cavò emanando un presunto “codice di condotta”, che avrebbe disciplinato i rapporti tra i Commissari e i loro servizi. Propose anche il “rafforzamento dei circuiti di informazione”, il “costante aggiornamento dei Commissari sull’attività dei servizi” ed altre varie amenità. In quella giornata infuocata nessuna traccia del Presidente Prodi, che si fece notare esclusivamente per la sua assenza. A parlare a nome della Commissione c’era il Commissario Viviane Reding, l’unica che comunque trovò il coraggio di affrontare l’Aula parlamentare. Insomma, la Commissione fuggì da qualsiasi responsabilità politica e morale, a dispetto delle roboanti dichiarazioni del Prodi in versione “Catone il Censore” di cui abbiamo parlato all’inizio. Ciascuno dei Commissari coinvolti, Prodi in primis, prese le distanze dallo scandalo con ridicole frasi di circostanza: “non ho letto la revisione contabile”, “non sono stato informato”, “gli uffici non mi hanno messo al corrente”, “non ho letto i giornali” . Lapidario, nel trarre le conclusioni, fu un deputato danese: “L’unica cosa che viene spontaneo chiedersi è come sia possibile che persone con una capacità così limitata di cogliere quello che stava accadendo intorno a loro siano riu scite ad arrivare così in alto” . Sono sempre gli stracci che volano in aria. Ma la giustizia deve trionfare. Qualcosa alla fine doveva pur succedere, tutti se lo aspettavano. Qualcuno alla fine doveva pur pagare. E infatti, qualcuno pagò. Ma il bilancio fu ben deludente. Qualche trasferimento d’ufficio e due dirigenti indagati dalla giustizia francese. Paradossalmente il prezzo più caro lo pagò un imprevedibile capro espiatorio: fu il giornalista autore di un’inchiesta su Eurostat, apparsa sul settimanale tedesco “Stern”, l’unico ad essere arrestato, con tanto di perquisizione in redazione ed a casa e congelamento dei conti bancari .
Il finale tragicomico di questa pietosa vicenda supera, così, la più fervida delle immaginazioni.







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3 aprile 2006

Storia di un anti-Italiano



Storia di un anti-Italiano
(Il Prodinotti)
 
Introduzione

“Solo chi ha una faccia
da stupido riesce ad entrare
alla Camera dei Comuni, ma
soltanto chi è stupido
per davvero vi fa carriera”
(O. Wilde)
 
Non vi annoieremo con storie consumate, anche se ci piacerebbe ripercorrere la biografia ambigua e tortuosa di Romano Prodi e raccontare ancora una volta delle gesta del Professore bolognese quando era Presidente dell’IRI, di quelle discusse privatizzazioni che, in realtà, furono delle vere e proprie svendite del patrimonio economico italiano.
Come non ricordare il destino di marchi prestigiosi e storici della nostra industria alimentare, da Motta ad Alemagna fino a Cirio, di fatto regalati alle multinazionali. Come non ricordare che proprio dalla gestione Prodi nascono i guai dell’Alitalia, negli anni ’80 tra le prime compagnie al mondo, e delle acciaierie di Terni, che rappresentavano un polo industriale d’eccellenza.
E ancora, si potrebbero rievocare le polemiche sulle consulenze d’oro della società Nomisma, di cui il Professore è stato Presidente fino al 1995, o sull’oscura vicenda di Telekom Serbia che, scandali politici a parte, fece perdere all’Italia 500 miliardi delle vecchie lire.
Quello di Prodi è un ritratto politico degno di Dorian Gray. Il suo primo inquietante esordio pubblico fu nel 1978, nel corso del rapimento Moro, quando Prodi, dopo aver partecipato ad una seduta spiritica, raccontò che bisognava indagare su Gradoli, pensando che fosse un paesino vicino al lago di
Bolsena. Indicò anche due numeri, di cui uno si accertò poi corrispondere al civico della strada dove si trovava il covo in cui fu detenuto Aldo Moro.
E’ stato poi ministro di provata fede democristiana, uomo di potere durante quindici governi della Prima repubblica, nel pentapartito, nell’era Craxi e nei governi tecnici di Amato e Ciampi, fino al 1995 quando fondò l’Ulivo, diventando il leader, pro-tempore, del centro-sinistra italiano.
Ma su tutto questo si sono già versati fiumi di inchiostro.
Noi ci concentreremo su un passato più recente, ma non meno chiacchierato, quando Prodi, dal 1999 al 2004, è stato Presidente della Commissione europea. Riepilogheremo fatti già noti, commentati dalla stampa italiana e internazionale, oggetto di lunghissime discussioni al Parlamento europeo.
Racconteremo le gaffes più clamorose, gli scandali, le omissioni, i silenzi e soprattutto le scellerate decisioni a danno dell’Italia.
“Il guaio degli uomini è che essi dimenticano”, come recita Merlino nel film “Excalibur”.
È quindi bene ricordare questi fatti, perché tracciano la storia di un Prodi anti-italiano, deciso ad utilizzare le istituzioni europee come un taxi per tornare a fare politica in Italia: pur di andare contro il Governo di centro-destra non ha esitato a danneggiare gli interessi del nostro Paese e la sua credibilità internazionale.
Con queste premesse, vi daremo almeno 7 buoni motivi per non fidarsi di Romano Prodi.




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sfoglia     aprile       


 

                                         
 



Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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