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6 settembre 2009

I(m)moralisti cattolici.Colonia per ragazzi poveri trasformata in hotel 5 stelle, vescovo indagato

 

 

 

Se la chiesa vuole sopravvivere cominci a fare le pulizie in casa


SALERNO - La Guardia di Finanza ha sequestrato alla Curia di Salerno una parte dei fondi dell'otto per mille: 509 mila euro. L'Arcidiocesi è accusata di aver trasformato un'ex colonia per ragazzi poveri in un hotel a cinque stelle, l’Angellara Home. Il tutto con finanziamenti pubblici pari a 2,450 milioni di euro. Gravi le accuse mosse dal pm Roberto Penna: si va dalla truffa e tentata truffa, al falso, abuso d'ufficio e violazione delle norme edilizie. Tredici gli indagati tra cui il vescovo di Salerno, monsignor Gerardo Pierro. La somma sequestrata, che rappresenta quasi un terzo dei fondi destinati dalla Cei alla Curia salernitana, non è destinata a opere caritatevoli, in modo da non pregiudicare l’attività della Curia in favore delle fasce deboli della popolazione. Si tratta di denaro stanziato per lavori di piccola manutenzione sull'edilizia ecclesiastica. Lo rivela il settimanale Panorama.

TRUFFA E ABUSIVISMO EDILIZIO - Il mese scorso il vescovo di Salerno, monsignor Gerardo Pierro, era finito nel mirino degli inquirenti accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato, abusivismo edilizio e abuso d'ufficio. Il provvedimento appena eseguito dai finanzieri fa seguito al sequestro del 15 luglio, quando furono apposti i sigilli al villaggio «Angellara Home», già Villaggio San Giuseppe, di via Allende, sulla litoranea di Salerno: struttura, del valore di 10 milioni di euro, composta da 40 stanze, sale congressi, ristorante, cucina e stabilimento balneare di recente ristrutturazione. Era finito sotto sequestro anche un finanziamento di un milione e 900mila euro che la Regione Campania, parte lesa nella vicenda, aveva già stanziato per completare i lavori di ristrutturazione. Nel corso del tempo la Regione aveva erogato 2 milioni 500 mila euro al villaggio San Giuseppe, che aveva nel totale beneficiato di quattro finanziamenti, di cui due andati a buon fine. Sequestrato anche un conto bancario, intestato alla curia salernitana sul quale erano depositati 192 mila euro. Il 28 luglio scorso, infine, venne eseguito un altro sequestro di un milione e 200 mila euro, somma depositata su alcuni conti correnti bancari nella disponibilità della Curia di Salerno. Nell'occasione non furono sequestrati i fondi destinati alle scuole del capoluogo e della provincia gestiti dalla Curia salernitana. La vicenda vede indagati anche l'amministratore del villaggio, monsignor Comincio Lanzara e alcuni responsabili del comune di Salerno, che avallarono la realizzazione dei lavori all'interno del villaggio.

http://deicida.splinder.com/post/21235723/Truffe+clericali+a+spese+dei+c




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29 agosto 2009

I(m)moralisti.GLI SCANDALI FINANZIARI E POLITICI DELLA CHIESA

 

GLI SCANDALI FINANZIARI E POLITICI DELLA CHIESA

Monsignor Dardozzi è stato una delle figure più importanti nella gestione delle finanze della Chiesa,dal 1974 alla fine degli anni novanta.
E' stato uno stretto collaboratore del pontefice sulle delicate trame della Santa Sede.Mai una dichiarazione,un'intervista,una fotografia,il suo immenso archivio che ricostruisce dall'interno le vicende finanziarie più tormentate della Romana Chiesa non era noto a nessuno,solo dopo la sua morte e per sua espressa volontà l'archivio è stato reso pubblico.
Ma chi era Dardozzi?nato a Parma nel 1922 arriva tardi al sacerdozio,a cinquantun anni scopre la vocazione e viene ordinato sacerdote,si presenta in Santa sede con un curriculum di prestigio.Laureato in matematica,ingegneria,filosofia,e teologia,parla correttamente cinque lingue.Conosce il segretario di stato Agostino Casaroli,nel 1974 inizia la collaborazione con la Santa Sede,gode di libero accesso ai segreti dello Ior.Casaroli lo introduce subito nell'affare Ambrosiano.
Un altra figura importante è Paul Casimir Marcinkus,il segretario di Stato Giovanni Benelli,lo volle subito come suo collaboratore,un fatto curioso nel 1964 Paolo VI  in visita al centro di Roma stava per essere travolto dalla folla,ma Marcinkus con azione fulminia lo portò in salvo,e da allore divenne guardia del corpo..Diventa il responsabile dei viaggi del Papa in tutto il mondo.
Ma adesso parliamo dell'alleanza con Sindona,bisogna sapere che lo stato italiano introduce la tassazione sui dividenti per la Santa Sede,dopo 25 anni con Giovanni leone Presidente era il 1968,cade cosi l'ultima resistenza e sulle casse vaticane pesa il pagamento di tutto il pregresso su investimenti per oltre un miliardo e 200 mila euro attuali.Pur di sfuggire alla tenaglia fiscale,Paolo VI affida il trasferimento all'estero delle partecipazioni a un sacerdote,e a un laico,un siciliano affidabile con solidi agganci negli USA,già conosciuto da Montini quando era Arcivescovo di Milano.Si chiama Michele Sindona.Porta i capitali della mafia.Il sacerdote che mastica finanza ed è amico negli USA si chiama Paul Marcinkus.E' l'inizio della fine.
Negli USA cominciano a crescere i primi sospetti per riciclaggio e traffico di stupefacenti,Sindona forte del mandato di Paolo VI per trasferire all'estero le
le partecipazioni societarie della banca vaticana,con Marcinkus controlla la più massiccia esportazione di capitali mai avvenuta sino ai caveau della Swiss Bank,in società con la Santa Sede.
Un altro protagonista è Calvi,è lo stesso Sindona a presentare Calvi a Marcinkus,siamo nel 1971,quando Paolo VI nomina Marcinkus presidente dello Ior.I tre riescono a manipolare gli andamenti della borsa di Milano con le società del Vaticano che finiscono a Calvi via Sindona.Nel frattempo,i debiti e le partecipazioni gonfiate finiscono nel comparto estero dell'Ambrosiano,la banca di Calvi.Ma il castello di sabbia è destinato a franare.Saltano le protezioni negli USA,COMPLICE IL watergate,in Italia il governo è talmente debole che la DC uscirà sconfitta alle elezioni amministrative del 1975.
Il crac Sindona emerge nel 1974,due miliardi di dollari le perdite della Franklin,300 milioni quella della banca privata,Sindona evita l'arresto rifugiandosi all'estero.
Paolo VI,protettore del trio Sidona-Marcinkus-Calvi muore il 6 Agosto del 1978,viene eletto il Patriarca di Venezia Albino Luciani,passano poche settimane e il giornalista Mini Pecorelli pubblica i centoventuno nomi affiliati alla massoneria.Tra questi Marcinkus,il suo segretario monsignore Donato de Bonis,il segetario di Stato Jean Villot,il ministro degli esteri Agostino Casaroli,il Cardinale Ugo Poletti,,vicario di Roma.Papa Luciani intende far pulizia e trasferire tutti,ma il 28 settembre  papa Luciani fu trovato morto nel suo letto,il referto arresto cardiaco?Il 16 Ottobre 1978 fu eletto Papa Karol Wojtyla,
Giovanni Paolo II,Wojtyla assicura a Marcinkus la continuità sull'indirizzo finanziario e tutti rimangono ai loro posti.Ma  Sindona è disperato e organizza l'omicidio di Ambrosoli,ucciso da un Killer di cosa nostra.Nel marzo del 1981 scoppia lo scandalo della loggia P2 di Licio Gelli che porterà alla crisi del governo.
Ma che cosa è lo Ior? è una banca che non eroga prestiti nè conta sportelli bancari nè emette assegni,ma tutto questo non corrisponde al vero,perchè lo sportello bancario esiste e si trova nel torrione Niccolò V.Per accedervi basta passare il controllo di frontiera delle guardie Svizzere,presentando una ricetta medica,e dire che si deve raggiungere la farmacia interna.Per aprire un conto bancario basta un pò di amicizia.Lo Jor non può essere perquisito.I telefoni non possono essere intercettati.I dipendenti nemmeno interrogati.Chi lavora in strutture della Santa sede non può essere sottoposto a giudizio nè arrestato in Italia.Cosi nel 1987,il presidente dello IOR Paul Marcinkus evito' l'arresto.Ma adesso parliamo di de Bonis,nato nel 1930 madre napoletana,suo padre direttore di banca Spirito evangelico e professionismo manageriale,è il successore di Marcinkus,negli anni 90 De Bonis costruirà un sistema offshore per il riciclaggio di denaro entro le mura vaticane con conti criptati.
Lo Ior apre il primo conto n 001-3-14774-c primo deposito in cont anti 494.400.000 LIRE,de Bonis intesta il deposito alla Fondazione Cardinale Francis Spellman,fondazione inesistente,Parliamo anche di Andreotti ( tutte le persone che aprono un conto allo Ior viene chiesto di lasciare in busta chiusa le proprie volontà ereditarie.)queste sono quelle di Andreotti Giulio:Quanto risulterà alla  mia morte,a credito del conto  001-14774-C,sia messo a disposizione di Giulio Andreotti per opere di carità,si tratta di un conto segreto di Andreotti gestito da De Bonis?Sul conto Fondazione Spellman gestito dal prelato dello Ior e per conto di Andreotti affluisce una autentica valanga di denaro,miliardi di lire.Gli accrediti sul conto sono in crescendo fino a quando Tangentopoli non assume rilievo nazionale.
Ecco I NOMI DI TUTTI I CONTI:
Fondazione Cardinale Francis Spellman    conto n 001-3-14774-c
Louis Augustus Jonas   Foundation       conto n 001-3-16764-G (si era pensato che ad operare era il presidente dell'Alitalia,ma in realtà era suo fratello Luigi,persona dell'entourage di Omissis.)
Fondo San Serafino                       conto n 001-3-17178 (  carlo Sama presidente della fondazione nel 1992 porta un saldo di 1948 milioni)
Fondo  Mamma Roma per la lotta leucemia  conto n 001-3-15924 unica firmA Roma 660 milioni di lire
Roma Charity Fund                        conto n 051-3-10054 412,800.000 prelevati dal fondo Mamma Roma
Fondo Madonna di lourdes                 conto n 051-3-02370 1,2 milioni di dollari aperto nel maggio 1987 da S.E.Vetrano deceduto nel 1990
Tumedei Alina Casalis                    conto n 051-1-03972,051-6-04425,051-3-05620,Deriva dalla successione dei coniugi Tumedei
Santa casa di loreto                     conto n 001-3-16899.saldo 2,8 miliardi di lire
                                         conto n 051-3-10840,saldo 2,8 miliardi di dollari( i due conti sono collegati )
Fondo San Martino                        conto n 001-3-14577 ( RAPPORTO INIZIATO IL 7 mARZO 1987  a richiesta di Roma)
suore ancelle della divina provvidenza   conti vari per un controvalore complessivo di lire 55,4 miliardi

      ENIMONT  LA MAXITANGENTE
Siamo alla scalata di Raul Gardini alla Montedison con un investimento di 2 miliardi di dollari,riesce a chiudere anche una operazione finanziaria del secolo con l'Eni,creando una joint venture  tra pubblico e privato.
A differenza di tutti gli altri scandali per corruzione,le buste e le valigette non passano di mano in mano.Ma ci sono bonifici bancari,somme pulite e riciclate con triangolazioni su conti schermo e società di copertura.Lo Ior di de Bonis scelta per pulire e far transitare gran parte delle somme e destinarli ai prestanome della prima Repubblica.La distribuzione comincia nell'autunno del 1990 con i primi 4,7 miliardi destinati all'ex segretario della DC
Arnaldo Forlani e al cassiere del partito Severino Citaristi.
I giudici non sono mai riusciti nei vari processi a ricostruire il percorso di questa maxitangenti,solo oggi anno 2009 si è riuscito a capire con chiarezze grazie all'archivio di Dardozzi.
Ormai L'Italia è un paese confuso nel passaggio tra la prima e la seconda Repubblica.Tra il 92 e il 93 la classe politica è debole,causa Tangentopoli,la disintegrazione dei partiti tradizionali,gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino,l'ndebolimento di Andreotti inquisito per mafia e per l'omicidio di Mino Pecorelli.
Il processo Enimont si concluderà nell'Ottobre 1995 con condanne per Bettino Craxi,Renato Altissimo,Umberto Bossi,Arnaldo Forlani.
                       I PARTE
                                        Michele De Lucia
http://www.positanonews.it/index.php?page=dettaglio&sez=GLI+SCANDALI+FINANZIARI+E+POLITICI+DELLA+CHIESA&id=27323
 
 
Alcune informazioni per questo articolo sono state tratte dal libro del giornalista Gianluigi Nuzzi-libro che consiglio di leggere
Vaticano S.p.A.” (Chiarelettere, pp.280, € 15), è un libro destinato a rimanere a lungo nella mente dei suoi lettori. Attraverso un incredibile numero di pagine appartenenti all’archivio di Renato Dardozzi, un monsignore per anni a contatto e all’interno delle più segrete stanze vaticane, il giornalista Gianluigi Nuzzi ricostruisce capillarmente le vicende dell’Istituto Opere Religiose, lo Ior, laddove gran parte della nostra memoria storica lo aveva lasciato, vale a dire nell’epoca dominata dalla discussa ed equivoca figura di Paul Marcinkus. Al centro della ricerca di Nuzzi c’è dunque l’ultimo decennio del secolo scorso, che in Italia vuol dire soprattutto Tangentopoli, e ciò che ne è conseguito: il crollo di un sistema politico fondato sulla pratica della tangente, i suoi sotterfugi, le varie implicazioni con referenti e attività mafiose. Riemergono così vecchi eppur nuovi fantasmi, come Giulio Andreotti, e nuovi interrogativi, che cercano di individuare quanto sia accaduto nel recente passato grazie al supporto di una documentazione mai consultata prima, ora a disposizione di chiunque voglia saperne di più. Abbiamo rivolto alcune domande all’autore.
Allora Nuzzi, partiamo dall’inizio, dal recupero della documentazione contenuta nell’Archivio Dardozzi. Come è riuscito ad arrivare a queste carte?
Bisogna tornare all’ottobre-novembre del 2007, quando alla redazione di Panorama, settimanale per cui già scrivevo, si fa avanti una persona che voleva far vedere questa documentazione. Una persona molto riservata e diffidente, che nei primi mesi del 2008 decide di farmi avere accesso ad alcuni documenti che costituivano questo archivio. Il desiderio di questa persona di rendere pubblico il materiale si contrapponeva al timore di consegnarlo nelle mani sbagliate, dedite a quello che potremmo definire un “anticlericalismo militante”, mentre l’intenzione era quella di ricostruire con realtà e trasparenza questo archivio e interfacciarlo con le realtà giudiziarie, oltre che vaticane, dall’Ambrosiano a oggi.
E come mai proprio adesso?
Monsignor Dardozzi scompare nel 2003, e le persone incaricate di conservare il suo archivio, a lui molto vicine, inizialmente hanno una resistenza naturale. Teniamo presente che stiamo parlando di persone molto semplici, che devono decidere se rispettare le volontà di Dardozzi di rendere pubblica la sua documentazione, o se buttarla in fondo a un lago. Ne è nato un rapporto di reciproca conoscenza e fiducia, che mi permette nell’estate dello scorso anno di acquisire l’archivio. Un materiale mai venuto fuori, a dir poco delicato, che faccio spostare in sicurezza; dopodiché si procede al riordino dello stesso. E ci tengo a sottolineare con particolare soddisfazione che ora questo materiale è un patrimonio comune, consultabile gratuitamente sul blog di “Chiarelettere”, per chiunque volesse confrontare le informazioni contenute nel mio libro con le fonti da me utilizzate.
Nella ricostruzione del suo libro si ripercorre anche il periodo di Tangentopoli, e il nucleo centrale viene dedicato a quella che viene definita “la madre di tutte le tangenti”, quella Enimont, di cui lei ripercorre tutti i passaggi bancari, aggiungendo elementi di novità di non poco conto…
Sì, la questione Enimont è rilevante nel libro, e riscrive parte del “maxiprocesso”, il processo-simbolo di Tangentopoli. Si tratta di un discorso più ampio, di uno snodo delle attività frenetiche dello “Ior parallelo”, come titolo uno dei capitoli: l’espressione più nitida dell’attività delle banche del papa dal dopo Marcinkus al biennio ’93-’94, che testimonia movimenti occulti, un sistema immune da condizionamenti e da critica. La personalità dominante risulta essere quella di Donato de Bonis, messo alla guida effettiva della banca religiosa dalle più alte presenze vaticane. Una ricostruzione secondo me importante, dato che per molti di noi la memoria di questi fatti si interrompe con l’ascesa e la caduta di Marcinkus. “Vaticano S.p.A.” racconta il “dopo”, che per certi versi è anche peggio del “prima”. Assistiamo infatti all’appropriazione indebita di capitali, attraverso atteggiamenti più aggressivi e spregiudicati rispetto alle ingegnerie finanziarie illegittime dei due decenni precedenti. In pratica de Bonis adegua il sistema Marcinkus ai desiderata degli anni ’90, come in un certo senso confermano le interviste da me realizzate durante la ricerca per la pubblicazione del libro con Francesco Greco e Gherardo Colombo, allora magistrati del pool di “Mani pulite”, che a distanza di anni si sono accorti come siano stati un po’ presi in giro, all’epoca, nel corso della loro inchiesta. D’altra parte non potevano fare molto di più, visto che garanzie, tutele e immunità lasciavano ben poco spazio di indagine. Lo Ior non contempla alcuna norma che invece ordina le attività bancarie, anche a livello europeo. E quando tramonta l’era di Marcinkus, che morirà impunito, sarà proprio de Bonis a prendere il suo posto, dopo anni di lavoro al suo servizio.
Un altro capitolo di assoluto rilievo è quello riguardante il conto “Fondazione Spellman”, dove spunta anche il nome di Giulio Andreotti. Che idea si è fatta del ruolo dello storico esponente democristiano nelle vicende da lei analizzate?
La firma di Giulio Andreotti si ritrova nei pagamenti di congressi, in quelli dell’avvocato Ascari, (che difenderà Andreotti nel processo di mafia che seguirà), per soldi dati a Citaristi (all’epoca cassiere della Dc), a diplomatici, a personaggi vicini al mondo cattolico. Stiamo parlando di quantità di denaro enormi, e in contanti. C’è poi una particolarità rispetto al nome scelto per questo conto.
Quale?
“Fondazione Spellman” deriva da Francis Spellman, cardinale statunitense che negli anni del dopoguerra, da New York, ebbe un ruolo-chiave per la gestione dei rapporti tra gli Stati Uniti e l’Italia democristiana disegnata dopo la fine del secondo conflitto mondiale, in piena guerra fredda, voluti soprattutto per evitare dei passi in avanti nel contesto politico e sociale nazionale da parte del Pci. Spellman era una figura di totale garanzia per i governi italiani di quel periodo, si ipotizza fosse addirittura il veicolo per far arrivare i soldi della Cia alla Democrazia cristiana a partire dagli anni ’50. Un nome, quello della “Fondazione Spellman”, citato una sola volta da un collaboratore di Sindona nel corso di un processo, all’incirca con queste parole: “Noi eravamo vicini alla Dc, e abbiamo dato soldi alla Fondazione Spellman”. Teniamo presente che stiamo parlando di un conto corrente dello Ior aperto negli anni che vanno dal 1987 al 1989. Nelle sue carte Dardozzi si chiede il perché di certi movimenti su questo conto, e scopre la firma di Giulio Andreotti. Questo è importante perché quando ci si accorge che è dentro la Spellman, in Vaticano cominciano a nascere problemi, a preoccuparsi. Siamo nella primavera del ’92, momento in cui Andreotti è candidato al Quirinale; poi arrivano le stragi di Palermo, le morti di Falcone e Borsellino, e il Capo dello Stato sarà Scalfaro. Andreotti rimane però l’uomo di dialogo tra Vaticano e Italia. Un cliente di assoluto prestigio, di livello e di spessore. Va tutelato. Di lì a qualche mese, infatti, l’inchiesta dei magistrati vira verso i soldi della tangente Enimont transitati oltre i confini del “portone di bronzo”, e la preoccupazione traspare evidente nel carteggio custodito nell’archivio Dardozzi. Per non indurre in tentazione i magistrati, si attivano così filtri e protezioni efficaci per rallentarne l’azione. Oltre le rogatorie non si riesce ad andare, non si ricostruisce un quadro d’insieme. E come nel caso di Spellman, anche stavolta la scelta del nome in codice per Andreotti, “Omissis”, sembra rappresentare il simbolo di un periodo storico italiano: quale altro si poteva scegliere?
Il libro termina con un capitolo dedicato ai rapporti tra lo Ior e Bernardo Provenzano…
L’ “ingegner Loverde”, come si faceva annunciare Provenzano nella casa di don Vito Ciancimino, in quegl’anni sindaco di Palermo; il quale, vale la pena ricordarlo, è stato il primo politico italiano condannato per mafia. Lo racconta il figlio Massimo, che in una serie di conversazioni da me registrate indica con nome e cognome i prestanome delle cassette di sicurezza custodite nello Ior; conti dove affluivano i pizzi degli appalti di Palermo, per esempio, e molto altro. Suo padre drenava soldi che finivano su questo sistema di conti, e una percentuale andavano a Provenzano e Riina. Il resoconto dei miei incontri con Massimo Ciancimino, in chiusura di libro, è come se fosse un ritorno al passato per aprire una finestra su quanto c’è ancora da sapere.
Non le si potrebbe obiettare che quelle di Ciancimino sono le dichiarazioni di un recente pentito tutte da verificare?
Certo, sull’attendibilità o meno delle sue dichiarazioni per ora non c’è altro che il supporto delle testimonianze di altri collaboratori di giustizia. Da circa un anno Ciancimino viene ascoltato da molte procure italiane, da Firenze a Catania a Caltanissetta, ma bisogna comunque procedere con una certa cautela sulla ricostruzione di una persona che sta collaborando con le procure. A me risulta che Ingroia, procuratore aggiunto di Palermo, sia molto interessato a quanto dice, e alcuni prestanome indicati sono ancora in vita. Ma rispetto a questo bisogna aggiungere una cosa.
Prego.
Il problema rimane che bisogna continuare a stare attenti ad addossare al Vaticano responsabilità non sue: se apro un conto e faccio affluire soldi di un certo tipo allo Ior, bisogna dimostrare che ci sia conoscenza da parte dei titolari della provenienza dei miei movimenti. Ma per questo nel libro si torna a un motivo ricorrente, cioè agli scarsi sistemi di controllo dello stesso Ior, il suo non adeguamento ai trattati internazionali. In questo senso sono stati fatti, pur con tempi molto lenti, dei passi in avanti per fare pulizia: anche se le ultime cassette di sicurezza intestate ai prestanome di Ciancimino, sono state chiuse solo pochi anni fa…

Il Vaticano caccia i clandestini con la forza


"Coloro che si trovano nella Città del Vaticano senza le autorizzazioni previste, o dopo che esse siano scadute o revocate, possono essere espulsi anche colla forza pubblica... Coloro che non siano cittadini vaticani per accedere alla Città del Vaticano debbono munirsi di un permesso che, previo accertamento dell'identità personale, è rilasciato dai funzionari; il permesso ha effetto per rimanere nella Città del Vaticano soltanto per le ore stabilite con provvedimento del Governatore e deve essere conservato ed esibito a qualsiasi richiesta... Nessuno può dare alloggio né temporaneo né permanente, con o senza corrispettivo, anche a persona autorizzata al soggiorno, senza l'autorizzazione del Governatore".
Così funziona Oltretevere, così recita il Capo II "Dell`accesso e del soggiorno nella Città del Vaticano" della Legge sulla cittadinanza dello Stato pontificio in vigore dal 1929.
Capito? La forza pubblica!
Se non sei autorizzato, se il permesso è scaduto, se sei abusivo o clandestino, la Legge Vaticana ti condanna all'espulsione. Con le buone o meno.
Chissà se l'hanno detto a quei Monsignori che in questi giorni si strappano la tonaca inveendo contro la Lega brutta, cattiva e inospitale. Il primo è stato monsignor Giovanni Nervo, fondatore della Caritas italiana, che ha bollato come un comportamento "che grida vendetta al cospetto di Dio" l'operato del governo in tema di immigrazione clandestina: "I respingimenti in mare sono solo barbarie e crudeltà".
Eh già, tanto in Vaticano il mare non ce l'hanno...
La "provocazione" di Matteo Salvini, che ho riassunto sopra, mette il dito sulla piaga che infetta la Chiesa ed é rappresentata da una parte di prelati che predicano bene e razzolano male. Non parlo della Chiesa della quale ho il massimo rispetto, per i valori che rappresenta, ma di uomini che in virtù dell'abito indossato, si arrogano il diritto di condannare con toni molto poco caritatevoli e ragionevoli, l'operato di un Governo, democraticamente eletto.
Se la religione non é un bancomat, dove prelevare ciò che più confà al proprio tornaconto, altrettanto non può e non deve esserlo l'operato del Governo, che deve tenere conto del Popolo Sovrano.
La lotta all'immigrazione clandestina é diventata una necessità, e i suddetti prelati dovrebbero altresì condannare come barbari e crudeli i comportamenti illegali, di troppi immigrati. Abbiamo aperto le porte a TUTTI, il risultato è che le carceri traboccano di stranieri, che delinquono allegramente e gravemente alle spalle degli italiani.
A quei prelati così agustiati dai respingimenti, consiglio di lasciare le stanze sicure e ovattate del Vaticano per andare in quei quartieri dove il degrado portato dall'immigrazione OBBLIGA gli italiani ad andarsene o a vivere da reclusi.
Orpheus





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29 agosto 2009

I(m)moralisti.E il direttore di Repubblica comprò casa in nero

E il direttore di Repubblica comprò casa in nero

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=378168&PRINT=S

Dal blog di Franco Bechis, al timone di Italia Oggi: smascherato un altro censore che predica bene e razzola male. Nel 2000 Mauro acquistò un immobile da oltre 2 miliardi di lire, versando 850 milioni in assegni per sfuggire al Fisco
Franco Bechis
su fbechis.blogspot.com
Mi ha telefonato Giancarlo Perna, firma di punta de il Giornale. Deve fare un ritratto di Ezio Mauro, direttore di Repubblica con una speciale inclinazione alla indignazione. Perna si ricordava di un articolo uscito su Il Tempo quando io ne ero direttore, che riguardava l'acquisto da parte di Mauro di un casa dal valore di 2,150 miliardi di vecchie lire (era il 2000, l’euro ancora ai nastri partenza), ma con 850 milioni non dichiarati negli atti ufficiali e pagati con una serie di assegni da 20 milioni ciascuno (uno da 10) firmati da Mauro. Sì, quell’articolo uscì dopo lunghi giorni di gestazione. Anche se tutto era documentato (ne ho ancora copia io, perfino degli assegni) all’unghia, chiesi di pazientare e insistere con Mauro per avere una sua versione dei fatti. Lui prima si negò. Poi dopo dieci giorni rispose che non conosceva chi fosse il proprietario della casa e che le modalità con cui l’aveva acquistata erano fatti suoi. A quel punto feci pubblicare l’articolo, virgolettando quella dichiarazione.
Non volevo attacchi personali, per cui solo la cronaca dei fatti e nessun commento su quegli assegni che certo fecero risparmiare un po’ di tasse. D’altra parte la storia era davvero divertente, per le clamorose coincidenze dovute al sorriso beffardo del destino... Eccola in sintesi. Nel filmato (audio trascritto a fianco ndr.) potrete invece ascoltare i principali passaggi del racconto fatto dal venditore di quella casa...
Alberto Grotti era vicepresidente dell’Eni. Finì nei guai con Enimont. Pagò con il carcere. Uscito un giorno lesse un articolo di Repubblica che riteneva diffamatorio. Volle fare causa, ma non aveva più soldi per le spese legali. Allora Grotti si rivolse alla anziana madre. Che decise di vendere una casa a Roma. La comprò Ezio Mauro, direttore di Repubblica...


«Ho portato le prove alla Guardia di Finanza: non è successo nulla...»

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=378169&PRINT=S

Racconta Franco Bechis sul suo blog: Alberto Grotti era vicepresidente dell’Eni. Fu coinvolto nello scandalo Enimont e pagò con il carcere. Uscito, un giorno, vide un articolo di «Repubblica» che ritenne diffamatorio. Pensò di fare causa. Ma non aveva i soldi. Li chiese all’anziana madre. Lei mise in vendita una casa che aveva a Roma, quartiere Parioli. L’ha comprata Ezio Mauro, direttore di «Repubblica». Grotti con quei soldi - i soldi di Mauro - ha fatto causa a «Repubblica». Ecco la trascrizione della telefonata tra Franco Bechis, direttore di «Italia Oggi», e lo stesso Alberto Grotti.

Alberto Grotti: «Com’è rimasta quella causa? Com’è rimasto il buon Ezio Mauro... Così è rimasta, cioè Ezio Mauro ha detto che non voleva che gli rompessimo i c.... Quella casa fu pagata due miliardi e centocinquanta milioni nel 2000. Di questa somma ottocentocinquanta milioni non furono dichiarati per motivi fiscali. Ma furono pagati da Mauro con assegni da 20 milioni l’uno e uno da 10 milioni. (Ndr: I Grotti contestano in giudizio la percentuale trattenuta dal commercialista che aveva fatto la mediazione). Guardi io ho tutti gli assegni in nero e su quel nero si è fregato dei soldi il commercialista. C’è una causa in corso... Il commercialista si chiamava Dino Cerrone... e si è fregato 830 milioni di lire prendendoli tutti dai soldi di Ezio Mauro - pagati in nero - perché lui aveva l’occasione, diceva lui - di fare un’operazione lenta, graduale... per non compromettere... Guardi è una cosa di una tristezza infinita perché i giudici non ne vengono mai a capo. Appena sentono Ezio Mauro...».
Franco Bechis: «No infatti, guardi, è una cosa incredibile...».
Grotti: «Vabbè, cosa vuole...».
Bechis: «Senta una cosa, a vendere la casa era stata sua mamma?».
Grotti: «Mia mamma che ha venduto la casa si chiama Dima Girardi».
Bechis: «Ma a comprare è stato per metà solo Ezio Mauro...».
Grotti: «Metà l’ha comprata Ezio Mauro... l’altra metà una certa Girardi - guardi che coincidenza - che è la compagna di Ezio Mauro. Io le dirò come sta evolvendo la situazione... So che c’è una causa ancora lì... cioè: è una causa di mia mamma contro il commercialista. C’è una causa di mia madre contro chi le ha fregato i soldi... cioè una banca, il Credito Bergamasco... perché poi ci furono dei movimenti... guardi è una situazione che non finisce mai. È difficile seguirla... la cosa che noi sappiamo è che abbiamo perso su quell’appartamento tutti i soldi derivanti dal nero di Ezio Mauro...».
Bechis: «Be’, però erano un nero fatto con degli assegni... insomma una certa traccia dell’entità di quel nero c’era...».
Grotti: «Noi abbiamo tutti gli assegni notarizzati, con il timbro del notaio e su quello, nonostante abbiamo presentato alla Guardia di Finanza, eccetera, non è successo nulla, di nulla, di nulla... altro che Berlusconi, non mi faccia dire...».


Conclude Bechis: quella causa oggi è ancora aperta. Come tutte le cause civili con il commercialista che naturalmente si è difeso dalle accuse dei Grotti.




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28 agosto 2009

I(m)moralisti.Boffo, il supercensore condannato per molestie

 

Caso Boffo, scontro tra Cei e il Giornale
 

Polemica serrata tra il direttore dell'Avvenire Dino Boffo e Vittorio Feltri: "E' solo killeraggio giornalistico". La replica di via Negri: "Sono documenti pubblici". Il presidente del Consiglio prende le distanze: "Mi dissocio dal Giornale, il rispetto della vita privata è sacro". Il direttore: "Sottolinea la mia indipendenza". L'articolo: Boffo il supercensore condannato per molestie 

Milano - Polemica in corso fra il quotidiano della Cei e il Giornale. "Il direttore dell Avvenire - scrive Feltri nell’editoriale di prima pagina sul Giornale - non ha le carte in regola per lanciare anatemi furibondi contro altri peccatori, veri o presunti, e neanche per tirare le orecchie a Berlusconi. Il problema è che in campo sessuale ciascuno ha le sue debolezze ed è bene evitare di indagare su quelle del prossimo. Altrimenti succede di scoprire che il capo dei moralisti scatenati nel vituperare il capo del governo riveli di essere come quel bue che dava del cornuto all’asino. Mai quanto nel presente periodo - scrive Feltri, - si sono visti in azione tanti moralisti, molti dei quali, per non dire quasi tutti, sono sprovvisti di titoli idonei. Ed è venuto il momento di smascherarli. Dispiace, ma bisogna farlo affinchè i cittadini sappiano da quale pulpito vengono certe prediche".
Feltri: "Quale killeraggio? E' documento pubblico" Il direttore del Giornale si difende e attacca. Nessun killeraggio ma solo la trascrizione "di un documento del casellario giudiziario, cioè pubblico": prosegue Vittorio Feltri. "Abbiamo semplicemente ricordato - dice Feltri - che Boffo ha dovuto rispondere in tribunale di una vicenda, che si è conclusa con patteggiamento e ammenda, e che risulta in modo chiaro dal casellario giudiziario di Terni. Ebbene, questa vicenda attiene alla sfera dei comportamenti sessuali".

Berlusconi: "Mi dissocio dal Giornale" Il premier prende le distanze dall'attacco a Dino Boffo. "Il principio del rispetto della vita privata è sacro e deve valere sempre e comunque per tutti. Ho reagito con determinazione a quello che in questi mesi è stato fatto contro di me usando fantasiosi gossip che riguardavano la mia vita privata presentata in modo artefatto e inveritiero. Per le stesse ragioni di principio non posso assolutamente condividere ciò che pubblica oggi il Giornale nei confronti del direttore di Avvenire e me ne dissocio".

La replica di Boffo "La lettura dei giornali di questa mattina - scrive il direttore di Avvenire è in una nota - mi ha riservato una sorpresa totale, non tanto rispetto al menù del giorno, quanto riguardo alla mia vita personale. Evidentemente il Giornale di Vittorio Feltri sa anche quello che io non so, e per avvallarlo non si fa scrupoli di montare una vicenda inverosimile, capziosa, assurda. Diciamo le cose con il loro nome: è un killeraggio giornalistico allo stato puro, sul quale è inutile scomodare parole che abbiano a che fare anche solo lontanamente con la deontologia. Siamo, pesa dirlo, alla barbarie".

Feltri: "Io sono indipendente" "Il presidente del Consiglio non poteva dire una cosa diversa su questo argomento e il fatto che si sia dissociato dimostra solo che Il Giornale e il suo direttore sono indipendenti da lui, il contrario di quello che dicono tutti". Così Feltri commenta le parole di Berlusconi. "Non mi sento né rafforzato né indebolito da questa critica - dice ancora Feltri -. Io rispondo semplicemente al mandato che mi è stato dato al momento in cui ho assunto la direzione di questo quotidiano, che è quella di rilanciarlo e lo faccio con i mezzi che ho a disposizione". Sottolinea Feltri che "nel momento in cui mi hanno chiamato a dirigerlo penso che mi conoscessero e io certo non chiedo il permesso all’editore prima di fare qualcosa". Ma in queste ore ha sentito il suo editore? "No, non ho sentito Paolo Berlusconi e non ho avuto quindi nessun confronto con lui". Quanto alle sue rivelazioni sulla vita privata del direttore di Avvenire, "io ho un documento e lo pubblico e lo commento e basta. In Italia si butta via tutto, io pubblico".

Arcygay: "Schedatura gay dimessa da tempo" Ma la schedatura degli omosessuali non era una pratica dimessa da tempo, precisamente da quando era ministro degli Interni Giorgio Napolitano? Come mai "la Polizia conosceva l’omosessualità del direttore di Avvenire". Con questo interrogativo il presidente dell’Arcigay, Aurelio Mancuso, interviene sulle rivelazioni del quotidiano Il Giornale, della famiglia Berlusconi, che ha pubblicato oggi in prima pagina la notizia di "un incidente sessuale" del direttore dell’Avvenire, Dino Boffo.

Il direttore rilancia Feltri non è pentito e anzi avverte: "Domani continuo". Dopo la bufera scatenata dal suo editoriale di fuoco contro l’omologo dell’Avvenire Dino Boffo, tra le cause (come lui stesso ammette) dell’annullamento della cena tra Silvio Berlusconi e il Card. Tarcisio Bertone, Vittorio Feltri non fa marcia indietro: "Ho dato una notizia ufficiale, non ho raccolto pettegolezzi di portineria. Non mi sento colpevole, rifarei quello che ho fatto e anzi domani continuo". Insomma, il direttore del Giornale non teme la querela di Boffo: "Le querele possiamo farle tutti, poi dobbiamo vincerle. Io ho i documenti sulla mia scrivania. Cosa vuole querelare? Che lo faccia, chi se ne frega". D’altronde, "se non avesse fatto il moralista, nessuno avrebbe detto niente". Feltri si dice "molto divertito nel constatare che per tre mesi la Repubblica ha insistito a pubblicare in prima pagina la vita privata di un signore che fa il presidente del Consiglio e nessuno ha detto nulla. Il Giornale scopre che il capofila dei moralisti, che scrive tutto quel che può scrivere contro Berlusconi, ha dovuto patteggiare e pagare una sanzione pecuniaria perchè molestava la moglie del suo amante: insomma, consentiamo ai cittadini di sapere da quale pulpito viene la predica. Non credo sia una condotta scorretta, d’altronde, come diceva Craxi, ’a brigante, brigante e mezzo".

"Nessuno ha il diritto di lapidare gli altri" Feltri è consapevole che il suo editoriale ha, con ogni probabilità, contribuito all’annullamento dell’incontro Berlusconi-Bertone: "Forse i vescovi - taglia corto - è bene che sappiano che il loro portavoce giornalistico è questo signore. Poi facciano quel che vogliono. Ma di certo nessuno ha diritto di lapidare gli altri". Il direttore non rinuncia poi a commentare la manovra del premier contro repubblica: "Dopo tre mesi di persecuzione, credo che una reazione di questo tipo sia il segno che non c’è altro da fare che questo. Poi non è la prima volta che si querela un giornale, non ci vedo niente di inedito. Dopodichè - aggiunge - che si querelino i giornalisti e i giornali non mi va bene". 

articolo di venerdì 28 agosto 2009

Boffo, il supercensore condannato per molestie

di Gabriele Villa

Il direttore dell’Avvenire, in prima fila nella campagna di stampa contro Berlusconi, intimidiva la moglie dell’uomo con cui aveva una relazione omosessuale. Per questo ha patteggiato: con una multa ha evitato sei mesi di carcere

«Articolo 660 del Codice penale, molestia alle persone. Condanna originata da più comportamenti posti in essere dal dottor Dino Boffo dall’ottobre del 2001 al gennaio 2002, mese quest’ultimo nel quale, a seguito di intercettazioni telefoniche disposte dall’autorità giudiziaria, si è constatato il reato». Comincia così la nota informativa che accompagna e spiega il rinvio a giudizio del grande moralizzatore, alias il direttore del quotidiano Avvenire, disposto dal Gip del Tribunale di Terni il 9 agosto del 2004.

Copia di questi documenti da ieri è al sicuro in uno dei nostri cassetti e per questo motivo, visto che le prove in nostro possesso sono chiare, solide e inequivocabili, abbiamo deciso di divulgare la notizia. A onor del vero, questa storia della non proprio specchiata moralità del direttore del quotidiano cattolico, circolava, o meglio era circolata a suo tempo, per le redazioni dei giornali. Dove si chiacchiera, anche troppo, per tirar tardi la sera. C’è chi aveva orecchiato, chi aveva intuito, chi credeva di sapere.

Ma le chiacchiere non bastano a crocefiggere una persona. O meglio bastano, sono bastate, solo nel caso di due persone: Gesù Cristo per certi suoi miracoli e, più recentemente, Silvio Berlusconi per certi suoi giri di valzer con signore per la verità molto disponibili.
Ma torniamo alle tentazioni, in cui è ripetutamente caduto Dino Boffo e atteniamoci rigorosamente ai fatti, così come riportati nell’informativa: «...Il Boffo - si legge - è stato a suo tempo querelato da una signora di Terni destinataria di telefonate sconce e offensive e di pedinamenti volti a intimidirla, onde lasciasse libero il marito con il quale il Boffo, noto omosessuale già attenzionato dalla Polizia di Stato per questo genere di frequentazioni, aveva una relazione. Rinviato a giudizio il Boffo chiedeva il patteggiamento e, in data 7 settembre del 2004, pagava un’ammenda di 516 euro, alternativa ai sei mesi di reclusione. Precedentemente il Boffo aveva tacitato con un notevole risarcimento finanziario la parte offesa che, per questo motivo, aveva ritirato la querela...».

Dino Boffo, 57 anni appena compiuti, è persona molto impegnata. O, come si dice quando si pesca nelle frasi fatte, vanta un curriculum di rispetto. È direttore di Avvenire da quindici anni, direttore e responsabile dei servizi giornalistici di Sat 2000, il network radio-televisivo via satellite dei cattolici italiani nel mondo, nonché membro del comitato permanente dell’Istituto Giuseppe Toniolo di Studi Superiori, che detta le linee guida delle Università Cattolica del Sacro Cuore. Acuto osservatore della vita politica italiana e delle vicende che segnano il mutamento dei tempi e dei costumi, recentemente, in più d’una occasione, Boffo si è sentito in obbligo, rispondendo alle pressanti domande dei suoi smarriti lettori, di esprimere giudizi severi sul comportamento del presidente del Consiglio. E, turbato proprio da quel comportamento, è arrivato a parlare di «disagio» e di «desolazione». Persino, e dal suo punto di vista è assolutamente comprensibile, di «sofferenza». Quella sofferenza, per citare testualmente quanto ha scritto ancora pochi giorni fa, sul giornale che dirige «che la tracotante messa in mora di uno stile sobrio ci ha causato». Questa riflessione l’ha portato a esprimere, di conseguenza, più e più volte il suo desiderio più fervido, ovvero il «desiderio irrinunciabile che i nostri politici siano sempre all’altezza del loro ruolo».

Nell’informativa, si legge ancora che della vicenda, o meglio del reato che ha commesso e delle debolezze ricorrenti di cui soffre e ha sofferto il direttore Boffo, «sono indubbiamente a conoscenza il cardinale Camillo Ruini, il cardinale Dionigi Tettamanzi e monsignor Giuseppe Betori».

I primi due non hanno bisogno di presentazione, l’ultimo, per la cronaca, è l’arcivescovo di Firenze. Si dice che le voci corrono. Ma, alla fine, su qualche scrivania si fermano. 






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21 luglio 2009

Il volto di destra del tribuno Di Pietro. Ritratto dell’ex pm che nuoce solo alla sinistra

 

            Antonio di Pietro al megafono

Dell’onorevole Antonio Di Pietro conosce ormai tutto. Alberico Giostra, giornalista di Radio Rai, è probabilmente il maggior esperto in Italia dell’ex magistrato di Montenero di Bisaccia. Ha analizzato una mole di documenti e articoli, dagli anni novanta ad oggi, che poi ha raccolto nele 466 pagine de Il Tribuno (Castelvecchi editore, 2009), il suo ultimo libro dedicato alla carriera politica di Antonio Di Pietro, leader dell’Italia dei Valori.

Quindici anni in cui l’ex magistrato è riuscito a stregare la sinistra italiana, spiega l’autore, per il suo antiberlusconismo, “che spesso però è solo di facciata perché, per esempio, in Molise Di Pietro è sceso a compromessi con quelli che attacca pubblicamente”. Una ricostruzione minuziosa e legata da un unico filo conduttore: Di Pietro in Parlamento fa male solo alla sinistra.

Com’è che un giornalista esperto di politica e collaboratore di periodici di sinistra come Diario, ha deciso di fare le pulci proprio ad Antonio Di Pietro, paladino dell’antiberlusconismo?
Per colmare un vuoto nella pubblicistica italiana. Il Di Pietro magistrato già si conosceva, mentre quello politico non era mai stato raccontato e devo dire che indagando, soprattutto nei suoi rapporti in Molise, è venuto fuori un Di Pietro peggiore, rispetto a quello che tutti conoscono, e più propenso al compromesso, se non all’inciucio.
Lei scrive: “Di Pietro, uomo di destra che piace tanto alla sinistra”. Ci spieghi un po’…
Di Pietro è oggettivamente, per maturazione, formazione e anche come ex poliziotto, un uomo di destra, che milita a sinistra solo perché dall’altra parte c’è Berlusconi. Quando il Cavaliere uscirà dalla scena politica, Di Pietro sarà ancora più trasformista, mentre per ora si limita a contenersi nel centrosinistra, dove piace solo per il suo antiberlusconismo. Insomma, Di Pietro ha successo perché calca la protesta più a effetto.
Lei ci descrive un Di Pietro diverso da come si presenta agli italiani. Chi erano i suoi amici ai tempi della Milano da Bere e in Molise?
La gente che frequentava Di Pietro ai tempi della Milano da bere erano i vari Paolo Pillitteri, Ombretta Fumagalli Carulli, Antonio D’Adamo, ma anche Maurizio Prada. Di Pietro oscillava tra Dc e Psi e frequentava persone che poi si è trovato a inquisire. Tra gli amici molisani, poi, troviamo anche esponenti del centrodestra, come Michele Iorio, ora nel Pdl.
Parliamo degli amici di oggi: Beppe Grillo, che vuole candidarsi alle primarie del Pd, anche se i Democrats hanno risposto picche.  Secondo lei perché Grillo ha scelto di sparigliare le carte e creare un polverone nel Pd piuttosto che accasarsi nel partito dell’amico Di Pietro? Perché come ha detto Marco Follini “Di Pietro è il mandante di Grillo”
Non so se Di Pietro sia il mandante di Grillo e se ci sia un disegno politico dietro. Certo, quello che fa Grillo in questo momento, in un modo o nell’altro, avvantaggia Di Pietro: quando la sinistra se la passa male, infatti, a Di Pietro va bene. La fortuna dell’IdV è direttamente proporzionale alla sfortuna del Pd. E poi lo sanno tutti che Di Pietro e Grillo sono amici, anche se Grillo disse che l’IdV ha dei seri problemi a causa di alcuni suoi membri al Sud non proprio puliti. Per questo, secondo me, è meglio che Grillo si occupi dei problemi del partito del suo amico Di Pietro.
L’opposizione in mano a Grillo e Di Pietro, tra tintinnii di manette e intemerate contro il potere. C’è da temere una deriva populista della sinistra?
Non credo che Di Pietro riuscirà a diventare il leader della sinistra e tanto meno Grillo. Di Pietro è un trasformista e un istrione: anziché essere una soluzione, trae vantaggio dalla crisi della sinistra e si rafforza. E il destino di Di Pietro dipende anche dalla capacità del Pd di riprendersi.
Quali saranno, allora, le prossime mosse del Tribuno?
Il problema principale per Di Pietro è la gestione del suo partito e non la strategia politica, perché l’unico motivo di esistere per l’IdV è la lotta a Berlusconi e la sopraffazione degli alleati. Di Pietro è un alleato impossibile che gestisce il partito in modo dittatoriale e che rimprovera Berlusconi di fare una cosa che lui fa già nell’IdV. Per questo in futuro allenterà la morsa sul partito, per renderlo più democratico, magari istituendo un congresso nazionale e non una festa, come avviene ora, in cui viene celebrato appunto come il tribuno. Deve mettere alla prova il partito, facendo uscire le anime dell’IdV, che sostanzialmente sono due: una mastelliana e una movimentista.
Perché la mossa di mettere in lista intellettuali e girotondini alle europee?
Di Pietro ha fatto finta di rinnovare il partito inserendo intellettuali e girotondini insoddisfatti dal Pd. Ma alle amministrative del 2010 non potrà godere della società civile: avrà bisogno di voti veri e sarà costretto a scendere a compromessi con candidati di più basso profilo. Un fatto accaduto già alle amministrative di giugno, quando il suo consenso è sceso subito al 5% dal 8% delle europee, conquistato due settimane prima grazie alla presenza dei girotondini.
Lotta contro la casta, ma poi anche Di Pietro conserva i suoi privilegi…
Possiamo dire che la gestione del partito dal 2004 è stata a condotta a livello familiare. Un partito, l’IdV, in mano a un’associazione privata notarile, in cui comparivano lui, la moglie Susanna Mazzoleni e il tesoriere Silvana Mura, che gestiva i fondi dei rimborsi elettorali. Il bilancio 2005 dell’IdV, roba da una ventina di milioni di euro, è stato poi firmato solo da Di Pietro. Un fatto che ha posto seri dubbi di legittimità da parte di molti esperti.
Di Pietro contro Berlusconi. Una duello che dura da vent’anni. Chi la spunterà?
Nessuno dei due. Credo che Berlusconi uscirà progressivamente dalla scena politica e da quel momento in poi Di Pietro non avrà più senso di esistere in Parlamento.
Ma alla fine dei conti Di Pietro fa più male al centrosinistra o al centrodestra?
Fa male solo alla sinistra e fa bene solo a se stesso. 


 





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20 luglio 2009

I(m)moralisti.Nuovo scandalo nel Pd. Un’azienda assume 21 parenti

 



La Spezia, un’azienda assume 21 parenti:nuovo scandalo nel Pd

di Diego Pistacchi

Nessuna selezione pubblica: per entrare basta la tessera del partito o la parentela con un politico di sinistra. L’Acam fornisce acqua e gas: perde 47 milioni di euro. Il vizio della sinistra che "tiene famiglia"
La Spezia - Acam fa acqua. Se è per questo, dovrebbe fare anche gas e distribuirlo ai cittadini della Spezia e zone limitrofe. E poi dovrebbe, per statuto, fare tante altre cose. Ma fa acqua nel senso che è l’unica azienda italiana multiservizi a riuscire a perdere milioni di euro come il Pd i voti. Un dato immediato, preso al volo dal bilancio 2008 del gruppo Acam: un deficit pari a 46 milioni e 763mila euro. Il tutto mentre le concorrenti fanno soldi a palate: Hera (Emilia Romagna) più 110 milioni, Iride (Genova-Torino) più 114, Acea (Lazio-Campania-Umbria-Toscana) più 186, A2A (Lombardia-Piemonte Sud) addirittura più 316.
Cosa ci sta a fare sul mercato Acam? A dare posti di lavoro, ad esempio. Chiuderla vorrebbe dire lasciare a casa mezzo Pd e relativi familiari. Cioè potrebbe voler dire cercare un altro posto di lavoro a Silvia Orlando, sorella dell’onorevole Andrea, portavoce nazionale del partito e unico parlamentare eletto dal centrosinistra in provincia della Spezia. O Franco Federici, fratello di Massimo, sindaco Pd della Spezia. Entrambi dipendenti Acam, come Massimiliano Nardi, figlio di Gino, ex sindaco ds del Comune di Arcola fino al 2003. O come Davide Bravo, figlio di Franco, l’ex presidente Pd del consiglio comunale della Spezia nella passata legislatura. O come Paolo Sordi, figlio di Gabriella Malpezzi, segretaria particolare dell’ex sindaco della Spezia Giorgio Pagano, Pd naturalmente.
Tutti o quasi assunti in Acam senza una selezione pubblica. Così come Francesca Simonelli, convivente di Enrico Conti, ex consigliere di amministrazione della stessa azienda spezzina e naturalmente in quota Pd (area Rutelli). O anche come Federica Vivaldi, l’ex convivente dell’attuale presidente di Acam Acque Spa (Walter Bertoloni, in quota Rifondazione) ed ex vicesindaco di Santo Stefano Magra, ha un posto in società. La sinistra Parentopoli all’acqua di Spezia prosegue ad esempio con Silvia Mariotti, figlia dell’ex senatore del Psi, oggi deceduto, Gianfranco Mariotti, o con Gianni Traversone, figlio di Giorgio, ex sindaco di Sesta Godano e oggi assessore provinciale Sdi. Ex sindaci molto conosciuti nello Spezzino, come Sauro Castagna che guidò Ortonovo con i voti del Pci negli anni Ottanta e Avio Lucetti, primo cittadino di Lerici nello stesso periodo, hanno i rispettivi figli, Enrico e Gianni a libro paga di Acam.
Dalle parentele di primo grado si passa agli amministratori in nomina diretta. Quelli che nell’azienda ci lavorano direttamente, senza passare tramite congiunto. Maurizio Corona, attuale presidente del consiglio comunale di Sarzana, con tessera Pd e Cgil, è collega di Gianni Lucchetti, sindaco in carica a Sesta Godano, Pd inutile specificarlo. E anche di Dino Bologna, sindaco fino a un mese fa di Fosdinovo, compagno di partito (democratico) e di lavoro di Luciano Piccinotti, ex vicesindaco di Follo con un trascorso da ex presidente del consiglio comunale della Spezia nelle passate legislature. Anche Saverio Machedda, Pd come gli altri, oltre che dipendente Acam, è anche consigliere comunale di Riccò del Golfo e delegato dal sindaco per i rapporti con la «multiservizi» di cui è dipendente. Seguono a ruota cinque figli di sindacalisti Uil e Cgil come Matteo Dané, Paola Scarciglia, Dario Merlisenna e le sorelle Sabrina e Barbara Vasoli, inseparabili anche quando c’è da trovare un lavoro.
L’elenco, che si farebbe infinito se si passasse alle parentele meno strette, non nasconde peraltro nulla di illegale. Più difficile è giustificare da parte di Acam queste assunzioni con la necessità di aumentare l’organico. Sempre dai bilanci è immediato cogliere che ogni lavoratore dell’A2A «rende» all’azienda un guadagno lordo di 123mila euro, i dipendenti di Iride «producono» in media addirittura 139mila euro ciascuno, quelli di Hera oltre 82mila e quelli di Acea più di 97mila. E i parenti del Pd? Come tutti i loro compagni del gruppo, portano un guadagno lordo di 12mila euro pro capite. Postilla: mediamente costano all’azienda 38mila euro ciascuno.
Basta questo a spiegare il tracollo del bilancio, che tra l’altro è passato da un passivo di un milione e 394mila euro del 2006 ai 5,5 milioni del 2007, fino ai quasi 47 milioni del 2008? Macché. Chi ha amministrato Acam negli ultimi 10 anni (dal luglio di un anno fa al timone c’è Ivan Strozzi, manager di Reggio Emilia, chissà perché area Pd) ha pensato bene di allargare le frontiere del gruppo. E del passivo. Oggi Acam fa di tutto, si occupa dei rifiuti, della telefonia, delle letture dei contatori, della cartografia, di servizi informatici, costruzioni civili, manutenzioni di caldaie e qualsiasi altra cosa. Ha provato a fare del golfo della Spezia una stazione termale ma dopo aver fatto e speso tutto il necessario ha scoperto che l’acqua non era termale. Si è messa in testa di produrre energia elettrica e le centrali costruite non sono mai entrate in funzione ma pagano la corrente all’Enel. Ha persino «giocato» in Borsa per rientrare dai debiti: naturalmente investendo in derivati ci ha rimesso altri 15,4 milioni di euro. Però può sempre contare sui suoi dipendenti. Attaccatissimi all’azienda: nel solo 2008 i 1.054 assunti hanno fatto ben 96mila ore di straordinario. 





 





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18 luglio 2009

Ecco Antonio Di Pietro il magistrato che salvò i comunisti da tangentopoli.

 

                 

Ecco il magistrato Di Pietro   
 
Anticipiamo per i lettori del Predellino il testo che pubblicheremo sui principali quotidiani europei e statunitensi per raccontare il meritorio curriculum di magistrato senza macchia e senza paura dell'onorevole Antonio Di Pietro.

 Ecco il testo dell'inserzione :
«L'onorevole Antonio Di Pietro, oggi leader dell'Italia dei Valori ha pubblicato a pagamento su alcuni quotidiani un testo in cui sostiene che in Italia sono stati violati i principi di “libertà democratica e di indipendenza della Corte Costituzionale” e che per questo l'Italia corre il rischio di trasformarsi  “da democrazia a dittatura di fatto”.
Vogliano informarvi dei comportamenti che ha tenuto l'onorevole Di Pietro quando svolgeva il ruolo di magistrato della pubblica accusa presso l'ufficio della procura della repubblica di Milano:
1) Il magistrato  Di Pietro ha ricevuto cento milioni di lire senza interessi dall’imprenditore inquisito Gorrini, poi restituiti con assegni circolari poi incassati e avvolti in carta di. giornale poco prima di dimettersi, nel 1994;
2) Il magistrato Di Pietro ha ricevuto cento milioni di lire senza interessi dall’imprenditore inquisito D’Adamo, denaro restituito nel 1995 in una scatola da scarpe messa agli atti di un procedimento penale;
3) Il magistrato Di Pietro ha ricevuto periodiche buste di contanti sempre da D’Adamo;
4) Il magistrato Di Pietro ha ricevuto centinaia di milioni, ottenuti dagli imprenditori Gorrini, D’Adamo e Franco Maggiorelli, per i debiti contratti dall’amico Eleuterio Rea al gioco d’azzardo;
5) Il magistrato Di Pietro ha ricevuto una Mercedes CE da 65 milioni di lire  da Gorrini rivenduta all’amico avvocato Giuseppe Lucibello per una cifra poi utilizzata per comprarsi una Fiat Tipo bianca; i soldi sono stati restituiti con assegni circolari emessi nel maggio 1994 ma incassati nel novembre successivo, prima delle dimissioni;
6) Il magistrato Di Pietro ha ricevuto una Lancia Dedra per la moglie da parte di D’Adamo;
7) Il magistrato Di Pietro ha avuto l’utilizzo di una garçonnière a Milano, dietro piazza Duomo, di proprietà di D’Adamo, fino all’inizio del 1994;
8) Il magistrato Di Pietro ha avuto l’utilizzo di una suite da 5-6 milioni al mese pagata da D’Adamo, a partire dal 1989, per almeno un anno e mezzo, al Residence Mayfair di Roma, nei pressi di via Veneto;
9) Il magistrato Di Pietro ha acquistato un appartamento a Curno con soldi forniti da Gorrini;
10) Il magistrato Di Pietro ha avuto la disponibilità di un appartamento a canone gratuito, fornito da D’Adamo, per il collaboratore Rocco Stragapede;
11) Il magistrato Di Pietro ha ottenuto un vasto e imprecisato numero di pratiche legali dalla Maa di Gorrini per la moglie; che svolge la professione di avvocato; di consulenze legali da D’Adamo per la moglie;l’impiego per il figlio, due volte, alla Maa di Gorrini;
12) Il magistrato Di Pietro ha ricevuto vari e costosi omaggi da D’Adamo: vestiario di lusso nelle boutique incati, Fimar e Hitman di Milano, un telefono cellulare per sé, un telefono cellulare per l’amico Rocco Stragapede, almeno quindici biglietti aerei Milano-Roma, un mobile-libreria per la casa di Curno;
13) Il magistrato Di Pietro ha ricevuto vari e costosi omaggi da Gorrini: ombrelli, agende, penne di lusso, viaggi in jet privato per partite di caccia in Spagna, Polonia e nella riserva astigiana di Giovanni Conti, alcuni stock di calzettoni al ginocchio».

Spetta a voi oggi giudicare quale credibilità possa avere un personaggio si fatto.


http://www.ilpredellino.it/online/index.php?option=com_content&view=article&id=786:ecco-il-magistrato-di-pietro&catid=78:articoli&Itemid=54




permalink | inviato da Controcorrente il 18/7/2009 alle 13:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

sfoglia     agosto       


 

                                         
 



Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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