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12 luglio 2007

L'indegno governo Prodi e sindacati.Lavoro, un morto nel Milanese

 Incidenti lavoro, un morto nel Milanese
 Un operaio di 30 anni è morto precipi-
 tando da un'altezza di 15 metri vicino
 a un cantiere dell'Alta Velocità a Mar-
 callo con Casone, nel Milanese.        
 Secondo una prima ricostruzione, l'uo-
 mo, originario di Paternò (CT), stava 
 lavorando su un traliccio dell'alta   
 tensione quando avrebbe perso l'equili-
 brio. La caduta gli ha provocato gravi
 lesioni su tutto il corpo. Trasportato
 al Policlinico di Milano, è morto circa
 due ore dopo.                         




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11 aprile 2007

Il capolavoro del sor Mastrogiacomo .Il video della decapitazione dell'autista di Mastrogiacomo, Sayede.

Il video dell'esecuzione dell'autista di Mastrogiacomo
Martedí 10.04.2007 20:39

Trasmesso dal Tg 1 il video del processo sommario dei talebani e della decapitazione dell'autista di Mastrogiacomo, Sayede.




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10 aprile 2007

Letterina di Strada a Dadullah

Letterina di strada a dadullah
Sabato 7/4 Gino Strada ha inviato all'amico Dadullah una letterina che pochi giornali hanno pubblicato.

 La lettera recita:
 
Dadullah mi rivolgo a te in spirito di pace e a nome di Emergency.
Emergencvy ed io personalmente facciamo appello ALLA TUA UMANITA',ai tuoi sentimenti profondamente religiosi nel chiederti di riparmiare la vita di
 Adjmal.
La sua liberazione sarebbe un importante segnale di UMANITA' e
COMPASSIONE
 
firmato Gino Strada

Qui veramente c'e' da porsi qualche domandina.
1. adesso che al povero Adjmal hanno tagliato la gola, Gino Strada trarra' la
 conclusione che questo e' stato un atto disumano?
 2. capira' che la religione professata dal suo amico Dadullah prevede e
raccomanda il taglio della gola? E piu' si e' religiosi, piu' gole si tagliano?
 3. ha capito che tale religione non risparmia gli <<infedeli>>
ma nemmeno i fedeli?

Mastrogiacomo, dalla sua dorata vacanza, aveva anche lui scritto a Dadullah
(che aveva visto, nel corso della sua prigionia, sgozzare l'autista) una
letterina altrettando edificante e' in nome di Dio del quale abbiamo tanto
discusso,mi appello alla vs. sensibilita' di mussulmani...........................

Anna




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10 aprile 2007

Gino Strada il grumo torbido che fa bassa demagogia

Gino Strada il grumo torbido che fa bassa demagogia


                   

Lo abbiamo scritto a più riprese: è Gino Strada il grumo torbido che fa bassa demagogia, inquina la lotta al terrorismo e degrada l'immagine italiana nel mondo. Ma ora c'è qualcosa di ben più grave: è l'evidente legame intessuto di connivenze e ricatti sotterranei tra il sedicente operatore umanitario e il governo della Repubblica. Basta leggere le arroganti parole rivolte a Prodi e Karzai, accusati di essere i veri responsabili degli assassinii dei due collaboratori di Mastrogiacomo, per capire qual è il gioco del medico bifronte. Ma il ricatto che Strada tenta di mettere in atto nei confronti del governo italiano può avere corso solo perché i nostri massimi responsabili politici sono in condizione di essere ricattati. Non ci può essere ricatto se non c'è qualche vicenda oscura che accomuna ricattatore e ricattato.
Sia ben chiaro: anche noi riteniamo che occorra fare il possibile per salvare qualsiasi vita umana per cui siamo stati soddisfatti della liberazione del giornalista di Repubblica. La responsabilità del governo non è di avere trattato attraverso i canali disponibili, ma di avere abdicato alle sue prerogative di rappresentante di uno Stato di diritto a favore di un personaggio le cui ambiguità non si finisce mai di scoprire.
La verità è che, dando carta bianca a Strada - così come sembra sia accaduto anche con Torsello -, il governo italiano si è consegnato agli interessi terroristici dei talebani e ai loro istinti sanguinari. Ancora peggio, è caduto o è sembrato cadere nelle manovre di persone di Emergency ritenute dai servizi segreti afghani (che dovrebbero intendersene) conniventi con i tagliagole.
Del resto Strada non ha mai nascosto da che parte politica sta, qual è il suo giudizio sulla nostra presenza militare in Afghanistan e sui nostri rapporti con l'alleato americano, pubblicamente definito un terrorista alla stregua di Osama Bin Laden. Oggi quel che va messo sotto accusa è la responsabilità del governo per un'abdicazione non degna di uno Stato di diritto. È probabile che gli inglesi, gli israeliani ed altre autorità occidentali si adoperino per salvare le vite dei loro cittadini, soprattutto se in divisa. Ma nessun governo si mette nelle mani di un demagogo non indifferente al fascino rivoluzionario di chi combatte i nostri militari per ammazzarli.
Prodi e i suoi portavoce vorrebbero accusare l'opposizione di strumentalizzazione. Si tratta di una meschina operazione volta a ribaltare i termini della questione: i responsabili di un pasticciaccio brutto impastato di menzogne e finito nel sangue che accusano coloro che esigono chiarezza. Ed è proprio questo il compito del Parlamento in un Paese democratico: la verità, tutta la verità nella sede delegata al controllo istituzionale. E se le cose stanno come ormai appaiono, sarà l'opinione pubblica a giudicarle.
Massimo Teodori




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10 aprile 2007

Al sor Gino."Abbiamo le prove che Rahmatullah Hanefi e' un facilitatore dei talebani

            

Sono spiacente per gli amici di Gino Strada, ma per eventuali reclami su quest'articolo, sono pregati di rivolgersi ai servizi segreti afgani. Naturalmente, non c'era bisogno di avere contatti con tali servizi per capire, dire e scrivere che Strada è il rappresentante dei talebani in Italia.

C.M.

(Adnkronos) - "Abbiamo le prove che Rahmatullah Hanefi e'
un facilitatore dei talebani, se non addirittura un loro
militante travestito da operatore umanitario. In verita',
non c'e' mai stato un vero negoziato dopo il rilascio di
Matrogiacomo. I talebani non hanno mai presentato alcuna
richiesta serie, anche se da parte nostra le ricerche di
dialogo sono state continue". Lo ha dichiarato Amirullah
Saleh, direttore generale dell'Nsd, National directorate for
security, il Sismi afghano, in un'intervista a 'Il Corriere
della sera'. "I talebani -ha continuato Saleh- avevano
deciso sin dal princi pio di decapitare Adjmal per rovesciare
la responsabilita' politica del governo Karzai. L'errore e'
stato sin dall'inizio coinvolgere nella trattativa
Emergency, che in realta' non e' una vera organizzazione
umanitaria, bensi' un fiancheggiatore dei terroristi e
persino degli uomini di Al Qaeda in Afghanistan.
Abbiamo le prove e le presenteremo al momento del processo
contro Rahmatullah, che resta in carcere con l'accusa di
aver aiutato i talebani e forse anche di piu'". "Sin
dall'inizio -ha concluso- Strada ha interferito nel nostro
lavoro. Sono convinto che, se avessimo avuto pazienza,
avremmo potuto ottenere la liberazione di entrambi senza
pagare un prezzo tanto caro. Emergency ha agito con
irruenza, senza esperienza, ha interferito in modo
arbitrario e arrogante nel nostro lavoro ed e' stata la
causa prima di questa tragedia. Gli italiani devono sapere
che gli ospedali di Strada curano quegli stessi terroristi
che uccidono i s oldati del contingente italiano".




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10 aprile 2007

La rabbia dei familiari: Roma non ha fatto abbastanza

 
 Dal Giornale
La rabbia dei familiari: Roma non ha fatto abbastanza
Di Redazione

«Il governo italiano non si è impegnato a fondo per salvare Adjmal, come hanno fatto con il vostro collega giornalista. Per questo motivo il mio fraterno amico è stato brutalmente assassinato». Non ha peli sulla lingua, Zia, abiti occidentali, fuoristrada da gente che conta, che quasi non vuole rispondere alla telefonata de il Giornale. Lavoriamo per una testata italiana, del Paese che, secondo lui e molti afghani, ha abbandonato Adjmal Nashkbandi, l’interprete del giornalista di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo, al suo ingrato destino. Zia è l’amico che parla inglese e fin dalle prime ore si è sempre speso, al fianco alla famiglia e davanti alle telecamere, in appelli e prese di posizione per far liberare il suo amico. «Adjmal si è appena sposato, ma non scrivetelo fino a quando l’avremo riabbracciato», ci aveva detto a Kabul all’inizio dell’incubo.
«La vita di uno straniero è evidentemente più importante di quella di un afghano, un musulmano, un uomo in buona fede», rincara la dose Ahmad Massoud, il cugino di Adjmal, che se la prende soprattutto con il governo di Hamid Karzai, il presidente afghano.
La famiglia dell’interprete e giornalista decapitato è chiusa nel dolore, ma qualche dichiarazione, a denti stretti, trapela. «Il tempo delle interviste è passato e adesso che ho perso mio fratello – spiega a il Giornale Munir Nashkbandi -, la nostra famiglia è distrutta. Fra chi ha ucciso Adjmal e il governo afghano non vediamo grande differenza, perché nessuno si è veramente dato da fare per la sua liberazione. Ora lasciateci in pace, lasciateci al nostro lutto...».

Riscatti Boomerang

Di MAGDI ALLAM

Mors tua vita mea. È questa, all’indomani della barbara decapitazione del giornalista afghano Adjmal Nashkbandi, la sensazione netta che serpeggia tra gli italiani circa la cinica logica perseguita dall’insieme della classe politica, dai governi di destra e di sinistra, per ottenere il rilascio dei nostri connazionali sequestrati dai terroristi islamici. Ormai l’Italia si contraddistingue come il Paese occidentale che, più di altri, è pronto a cedere al ricatto, sia che si tratti di un riscatto in denaro sia che si tratti di esercitare pressioni per ottenere la scarcerazione di terroristi, pur di aver salva la vita dei propri ostaggi. E il fatto che non siamo gli unici, dato che perfino la Gran Bretagna è scesa a patti con Ahmadinejad per ottenere il rilascio di suoi 15 marinai, non deve farci sentire sollevati, ma all’opposto deve accrescere la comune preoccupazione per la grave deriva etica e politica in cui versa l’Occidente. Finora l’Italia, per ottenere la liberazione dei nostri talvolta improvvidi connazionali sequestrati, ha pagato dei riscatti sempre più consistenti. Un fiume di denaro che ha visto concordi governo e opposizione nell’autorizzarlo e nel negarlo pubblicamente, in una delle rare e non esaltanti manifestazioni di unità nazionale. Ebbene ciò che ora non consente più di riproporre quest’approccio spregiudicato, è stata la decapitazione dell’autista dell’inviato de la Repubblica Daniele Mastrogiacomo, Sayed Agha, e del suo interprete Adjmal. Due cadaveri di troppo che non è proprio possibile occultare e tacere. Che vengono pianti dalla vedova e dai cinque figlioletti di Sayed e dai familiari di Adjmal. Due vite spezzate in una trama che ruota intorno all’Italia, di natura terroristico-politica, in cui Sayed e Adjmal hanno finito per essere brutalmente immolati come vittime sacrificali. Ecco perché ora l’Italia non può tirarsi indietro.
Credo che l’Italia dovrebbe innanzitutto avere la sensibilità umana e il senso della giustizia necessari per assumersi appieno la propria responsabilità nei confronti delle famiglie di Sayed e di Adjmal, assicurando loro le condizioni materiali per sopravvivere dignitosamente. In secondo luogo, l’Italia dovrebbe formalmente condannare I Taliban, ritirando la incredibile proposta di coinvolgerli nella conferenza di pace per l’Afghanistan. In terzo luogo, l’Italia dovrebbe ufficialmente impegnarsi a non consentire mai più il pagamento di riscatti o cedere in alcun modo alle richieste delle bande terroristico-criminali. Non possiamo essere strenui difensori della legge che in Italia impone il blocco dei beni della famiglia del sequestrato per impedire il pagamento del riscatto, e poi acconsentire che sia lo Stato stesso a pagare con denaro pubblico il riscatto ai terroristi. Infine l’Italia dovrebbe, al più presto, far osservare un minuto di silenzio nei posti di lavoro, nelle scuole, all'inizio delle manifestazioni sportive, in memoria di Sayed e di Adjmal, per testimoniare che per noi il valore della vita è assoluto e universale.
Questo è quanto io immagino gran parte degli italiani vorrebbe che il nostro governo facesse per recuperare la credibilità dello Stato, la cultura dell’interesse nazionale, il primato della civiltà occidentale che non mercanteggia sul diritto alla vita.

www.corriere.it/allam

 Dal Foglio
La scoperta più recente a sinistra è che I talebani sono tagliagole

Al direttore -
Adjmal è un nome che in Italia sarà presto scordato e forse anche in Afghanistan, ma è il nome del traduttore del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo: pure in Afghanistan sarà dimenticato e sarà tra I tanti morti di tutte le guerre degli ultimi decenni di quel paese, un caduto tra gli altri. Solo I parenti della vittima si rammenteranno di questo poveretto e la sua morte sarà una faccenda privata, eppure non è così. Non è una delle tante vittime di odi, di faide tribali e religiose, non è un combattente, un militare filogovernativo, caduto in combattimento, è un poveraccio che lavorava per l’informazione giornalistica, come il giornalista Mastrogiacomo. Si sarebbe potuto salvare? Quanto sarebbe costato alla diplomazia nazionale, alle trattative, la sua vita? Forse poco o quasi niente eppure si sono scordati di lui: la sua vita non rientrava nelle mediazioni e nell’immagine positiva che il governo italiano doveva avere sull’opinione pubblica nazionale. Sì, il pover uomo non valeva neppure quattro soldi e ci si è dimenticati di lui. Gli hanno tagliato la testa come a un cane infedele, peggio, come a un traditore. Peccato che la vita umana conti così poco quando non si è occidentali.
Arduino Rossi
 

Al direttore - Adjmal Nashkbandi, l’interprete di Mastrogiacomo, è stato decapitato – e chissà, magari proprio dalla mano di uno di quei talebani liberati per salvare Prodi. Per Gino Strada, però, “la cricca di assassini” sono gli 007 afghani. Per carità, magari è vero che Rahmatullah Hanefi è soltanto un’altra povera vittima di questa storia. Io però sono veramente stufo di sentire le prediche di quelli che, vestiti da candidi agnelli, si mescolano tra il gregge e invece stanno dalla parte dei lupi.
Giovanni Verlini
 

Al direttore - Ucciso l’interprete Adjmal, per Mastrogiacomo “la responsabilità ricade interamente sui Talebani: hanno mostrato al mondo la loro vera faccia”. Dopo soli 11 anni di inaudite crudeltà, l’annientamento sociale e civile delle donne e migliaia di vittime, ha realizzato che tipi sono. Quanti altri morti ammazzati ci vorranno prima che venga qualche dubbio anche alle redazioni de Il Manifesto, Liberazione, Il Mattino, L’Unità?
Francesca Sgorbati Bosi




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19 settembre 2006

I pacifinti.Il Professore adesso vuole riarmare la Cina

      

E il Professore adesso vuole riarmare la Cina
Romano Prodi, nei giorni scorsi, si è detto favorevole all’abolizione dell’embargo sulle esportazioni di armi verso la Cina, misura che fu decisa dall’Unione Europea dopo i fatti di Tienanmen. Nel 1989, ricordiamolo, morirono centinaia di civili uccisi a fucilate o schiacciati dai carrarmati, e a costoro vanno aggiunti tremila morti e centinaia di  arrestati. Ma la Cina di oggi, ha detto Prodi, non è più quella di Tienanmen. Le autorità cinesi, a dir il vero, ancor oggi definiscono quegli eccidi come «sommosse controrivoluzionarie». Ci sono circa duecento persone che a distanza di diciassette anni sono ancora incarcerate per quei fatti, e molti familiari delle vittime subiscono pressioni o vengono periodicamente arrestati, tanto che per spostarsi o lasciare la città debbono ottenere dei permessi speciali. Fan Zheng, nel 1989 studente di fisiologia dello sport, fu amputato di ambedue le gambe sotto un carrarmato, e gli agenti della sicurezza pubblica lo interrogano regolarmente ancor oggi.
Ogni 4 giugno, giorno in cui le famiglie di Tienanmen piangono i loro morti, militari e poliziotti in borghese sorvegliano attentamente le loro case affinché stiano in silenzio. Malgrado gli interventi della comunità internazionale, le autorità cinesi non hanno mai preso in considerazione nessun appello alla giustizia e hanno sempre bloccato ogni fondo umanitario proveniente dall'estero. La parola Tienanmen è inibita dai sistemi di ricerca dei computer cinesi.
Ma la Cina di oggi, ha detto Prodi, non è più quella di Tienanmen.



 
 




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1 luglio 2006

IRAQ-Gli amici pacifisti di Prodi e dei suoi ’folkloristici’ amici Diliberto e Bertinotti.... a lavoro

        Iraq, Autobomba In Mercato A Baghdad, 62 Morti
IRAQ: SALITI A 60 I MORTI PER AUTOBOMBA
AL  MERCATO A BAGHDAD
Baghdad, 1 lug. (Adnkronos/Xin)- E' salito a 60 morti e 76 feriti il bilancio dell'attentato di oggi in un mercato del quartiere sciita di Sadr City, dove e' esplosa un'autobomba. Lo riferisce una fonte del ministero degli Interni. 

 

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27 giugno 2006

I pacifici resistenti Irakeni

Irak/ Bombe ai mercati di Hilla e Baquba, 56 morti

Giornata di sangue  in due mercati in Iraq. Almeno 56 persone sono rimaste uccise, e decine ferite, da due bombe esplose nel mercato di un villaggio nelle vicinanze di Baquba, a nord-est di Baghdad, e nella città di Hilla, nel sud dell'Iraq: entrambi gli obiettivi colpiti si trovano in zone a prevalente popolazione sciita.

Il primo attentato è stato perpetrato alle ore 20 locali a Khainabat, 70 chilometri a nord-est della capitale: una bomba montata su una motocicletta ha ucciso almeno 7 persone, fra cui molti bambini, lasciandone 20 ferite.



Mezz'ora dopo, una bomba rudimentale è esplosa nel mercato di Hilla, 100 chilometri a sud di Baghdad, uccidendo 18 persone. Secondo i primi dati forniti dalla polizia, i feriti sarebbero 25, di cui 3 bambini. Al momento dell'attentato, verso le 20.30 ora locale, la zona era molto affollata. 

A Bagdad si sono anche verificati almeno quattro attacchi alle forze di polizia: sono morti otto poliziotti e due civili. Nella capitale inoltre dieci studenti sono stati rapiti da uomini armati.

 

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19 aprile 2006

I "resistenti" amici di Prodi e compagni.

IRAQ: DUE INSEGNANTI DECAPITATI DI FRONTE A STUDENTI
Baghdad, 19 apr. - (Adnkronos) - Ancora storie di quotidiano orrore dall'Iraq: due terroristi hanno fatto irruzione questa mattina in due diverse scuole, decapitando davanti agli occhi degli studenti terrorizzati due insegnanti. Ne ha dato notizia con un comunicato il ministero per la Sicurezza nazionale iracheno, secondo cui la barbarie e' avvenuta nelle scuole elementari Amna e Shaheed Hamdi, nel distretto Shaab di Baghdad.




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30 marzo 2006

Rifondazione comunista, i comunisti italiani e lo stesso Prodi erano fermamente intenzionati a togliere l’embargo alla Cina .



Nel 2003 al Parlamento europeo si oppose alla sua proposta, votata invece da Rifondazione e comunisti italiani
Armi alla Cina
Lo sanno tutti che Romano Prodi ha sempre avuto un debole per la Cina. L’etichetta di “commesso viaggiatore della Cina” che Silvio Berlusconi ha affibbiato al Professore durante la trasmissione Ballarò non sembra inappropriato. Del resto, perché fossero introdotti dazi difensivi rispetto alla conconcorrenza sleale di Pechino si è dovuto attendere che il Professore tornasse in Italia. Ma per capire il suo atteggiamento è forse importante ricordare quello che accadde al Parlamento europeo il 18 dicembre del 2003, quando - come scrive il Velino - «Rifondazione comunista, i comunisti italiani e lo stesso Prodi erano fermamente intenzionati a togliere l’embargo della vendita di armi all’ex celeste impero (proposta di risoluzione rc-b5-0548/2003)».
Poco prima che l’assemblea si riunisse, in concomitanza con il voto dell’aula, venne resa nota la notizia che “il presidente Prodi é a favore di una revoca dell’embargo” sulla vendita di armi alla Cina. La comunicazione ufficiale venne fatta tramite il portavoce Reijo Kemppinen, rispondendo a una domanda sull’opinione di Prodi sulle conclusioni del Consiglio europeo del 12 dicembre.
«La settimana precedente - continua il Velino - , su proposta della Francia, tra i Quindici (erano ancora quindici) era emerso un orientamento favorevole alla revisione dell’embargo sulla vendita delle armi alla Cina. Ma l’Europarlamento si pronunciò negativamente. L’esito della votazione dell’aula fu schiacciante con 373 no, 32 sì e 29 astenuti. Il gruppo parlamentare che si schierò in massa contro il mantenimento dell’embargo fu quello della Sinistra unita europea (GUE), nel quale erano presenti tutte le forze di matrice comunista, compresi i “pacifisti” di casa nostra».
«Nel tabulato della votazione sull’intera risoluzione delle 12.30.45 del 18 dicembre risultò che Rifondazione comunista votò a favore della revoca dell’embargo con l’onorevole Luigi Vinci e l’onorevole Giuseppe Di Lello. Lo stesso fece il Comunista italiano Lucio Manisco. Mentre l’eurodeputato Emma Bonino, che nella puntata di martedì sera di Ballarò sedeva a fianco di Bertinotti, votò contro la richiesta avanzata pochi minuti prima da Prodi.
Nel club dei favorevoli alla consegna delle armi alla Cina era presente anche il deputato della Margherita Luigi Cocilovo, iscritto al Partito popolare europeo. Il Parlamento europeo, nella risoluzione finale, si disse «fermamente convinto che la Cina dovesse dimostrare di aver compiuto progressi significativi nel campo dei diritti umani prima che l’Unione possa prendere in considerazione una revoca del divieto».




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29 marzo 2006

Cannibalismo nella Cina comunista .

         
Cannibalismo nella Cina comunista .
Cannibalismo in Cina
Non sono di un "anticomunismo viscerale cronico", visto che mi dichiaro comunista libertario, ma senza dubbio, e  cronicamente, sono un anti-partito comunista! Quanto alla rivoluzione culturale, essa ha rappresentato una delle più grandi catastrofi che il popolo cinese abbia mai vissuto. Invece di dare retta a Maria Antonietta Macciocchi e consorti, Massimo Ortalli (autore della lettera "I comunisti mangiano i bambini?", pubblicata sullo scorso numero) dovrebbe stare dalla parte di Simon Leys, dell’Internazionale situazionista e della rivista Minus di Hong Kong. Riguardo a Sorgo Rosso, il suo autore, Mo Yan, è recidivo nel Paese dell’alcool, dove un ispettore ha l’incarico d’indagare sugli abominevoli banchetti durante i quali alcuni alti quadri del Partito consumano "bambini di macelleria".  E Shaogang in Pa pa pa torna ancora sul tema del cannibalismo nel corso della rivoluzione culturale.
Il cannibalismo è ricorrente nella storia della Cina. Basta leggere gli Antichi Annali di Tang, del X secolo, due dei più grandi classici della letteratura cinese, Al bordo dell’acqua e I tre reami, oppure il famoso Diario di un pazzo  di Lu Xun, scritto nel 1918: "Se si ripercorre la storia della Cina, una sola parola ritorna: quella del cannibalismo!"
Quanto al tentativo di gettare discredito su Zheng Yi trattandolo da "dissidente", per giunta rifugiato negli Stati Uniti, si tratta semplicemente di una manovra che definirei miserabile. Zheng Yi ha condotto un’inchiesta sul posto, ha avuto accesso agli archivi del Partito Comunista, ha dedicato alla "ricerca delle prove" le prime ottanta pagine del suo libro. Il quale libro ha non solo ricevuto l’avallo dei nostri amici sinologi Angel Pino e Guilhelm Fabre (presenti all’Incontro Internazionale Anarchico di Venezia nel 1984 e entrambi attualmente docenti universitari) ma anche del sinologo francese più noto, se non il più competente, Jean-Luc Domenach, che è l’autore soprattutto del volume Chine, le goulag oubliè, e del quale citerò semplicemente qualcosa dell’articolo pubblicato il 31 marzo su Le Monde: "Nel 1997 Zheng Yi ha pubblicato un’inchiesta sui casi di cannibalismo verificatisi nella provincia di Guangxi nel luglio 1968... Una cronaca intollerabile, sostenuta da testimonianze e indagini condotte dallo stesso Partito nel 1983-84, che descrive gli orrori delle purghe, le torture alle "bestie revisioniste", le follie collettive che degenerarono in barbari festini nel corso dei quali si divorarono fegati umani appena estirpati dal ventre."
Forse i "comunisti che mangiano i bambini" sarà uno slogan della destra in Italia, ma nella Cina maoista nel corso della rivoluzione culturale fu una sinistra realtà.
Fraterni saluti
Jean-Jacques Gandini
(Montpellier -Francia)
(traduzione di Guido Lagomarsino)




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28 marzo 2006

I "resistenti" irakeni amici del centrosinistra italiano

L'ospedale di Kirkuk ha
 il suo angelo della morte,
un medico che uccideva
soldati e poliziotti iracheni

Kirkuk, 28 marzo 2006

 Reclutato da un gruppo di terroristi nel nord dell'Iraqk, Louaï Al-Taï, un medico descritto come competente, "serio" e "leale", ha ammesso di aver ucciso più di 40 poliziotti e militari iracheni all'interno dell'ospedale di Kirkuk.Iniezioni mortali, mancanza d'ossigeno, mancanza di elettricità all'interno della sala operatoria. Queste le "armi" usate dal medico per finire i suoi malati. L'angelo della morte , appellativo che il dottore si è guadagnato sul campo, ha approfittato della sua posizione e delle sue conoscenze per raggiungere i terroristi feriti tra le forze dell'ordine.
In un'intervista diffusa da una televisione curda dopo il suo arresto,l'angelo della morte ha descritto senza alcun rimorso i suoi crimini e ha raccontato come per un pugno di dollari si è messo al servizio di Ansar Al-Sunna, un gruppo legato ai terroristi di Al Qaida."Ho lavorato con loro per soldi"  ha detto.
Di famiglia modesta, suo padre è insegnante e sua madre panettiera, Louai Al-Thaï, 31 anni, è stato arrestato all'inizio del mese, in seguito a un'operazione delle forze di sicurezza di Kirkuk contro Ansar al-Sunna.
All'inizio il compito del "dottor morte" era di occuparsi dei terroristi feriti, ma dopo non essere riuscito a salvare Molla Yassine, un curdo presentato come il capo dei terroristi  a Kirkuk, gli è stato assegnato l'onere di raccogliere informazioni sui pazienti dell'ospedale, in particolare della polizia e dell'esercito."Fornivo loro un rapporto quotidiano sui poliziotti e i militari ammessi all'interno dell'ospedale, ma un giorno mi hanno suggerito di finirli somministrando loro delle forti dosi di anestetico o manomettendo l'ossigeno. Così ho ucciso 43 persone, tra i quali degli ufficiali che avevano solo delle ferite leggere. Facevo solo le guardie di notte, gli altri medici scappavano dall'ospedale per timore di attentati e questo mi permetteva un ampio margine di manovra. Ero il capo e nessuno mi controllava", continua il medico con tutta calma. "Ho preso dai 7 ai 100 dollari, a seconda delle operazioni e 5 ricariche telefoniche", ha raccontato aggiungendo di aver aiutato i terroristi a far scappare uno dei loro feriti dall'ospedale.




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28 marzo 2006

Afghanistan,Usa:convertito a cristianesimo sarà liberato

Giudice Afghano:

Afghanistan,Usa:convertito a cristianesimo sarà liberato 
WASHINGTON (Reuters) - L'Afghanistan libererà l'uomo che rischiava la pena di morte per essersi convertito al Cristianesimo dopo che l'Occidente ha fatto pressioni sul governo per il suo rilascio.
Lo ha riferito oggi il portavoce del dipartimento di Stato Usa, mentre le Nazioni Unite hanno riferito che l'uomo cercherà asilo all'estero.
Abdur Rahman, 40 anni, è stato incarcerato questo mese per aver respinto l'Islam ed essersi convertito al Cristianesimo in un caso che ha sollevato un'ondata di proteste internazionali e ha minacciato di creare un divario tra l'Afghanistan, gli Stati Uniti e il resto dell'Occidente.In Afghanistan, molti religiosi e altri conservatori hanno chiesto che Rahman fosse processato secondo la legge islamica, che prevede la condanna a morte per chi abbandona la fede.
Anche proteste di strada contro una sua eventuale liberazione hanno sollevato timori per la sicurezza se dovesse restare nel paese.
"Sarà rilasciato" ha detto il portavoce del dipartimento di Stato Sean McCormack ai giornalisti . "I dettagli del suo rilascio e qualsiasi potenziale trasferimento saranno gestiti in maniera privata".
Funzionari afghani non sono stati immediatamente raggiungibili per un commento.
"Il signor Rahman ha chiesto asilo fuori dall'Afghanistan", ha detto Adrian Edwards, portavoce Onu a Kabul.
"Ci aspettiamo che sarà fornito da uno dei paesi interessati a una soluzione pacifica".


I musulmani che
abbandonano l'islam:
«È il medioevo»



Apostates of Islam




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27 marzo 2006

I resistenti irakeni amici del centrosinistra italiano

Baghdad, ritrovati corpi 12 persone torturate e strangolate 
BAGHDAD (Reuters) - La polizia irachena ha detto di aver ritrovato a Baghdad i corpi di 12 vittime torturate e strangolate.Il ritrovamento dei corpi è l'ultimo episodio di una serie di violenze settarie esplose dopo l'attentato contro la Moschea d'Oro di Samarra, il mese scorso, che ha provocato rappresaglie.




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26 marzo 2006

I resistenti irakeni amici del centrosinistra italiano

IRAQ: ESPLODE BOMBA A BAGHDAD, UCCISA UNA DONNA
FERITI 3 FAMILIARI DELLA VITTIMA
Baghdad, 26 mar. - (Adnkronos/Dpa) - Una donna e' morta e suoi tre familiari sono rimasti feriti nell'esplosione di una bomba collocata lungo la strada nelle vicinanze della loro abitazione in un sobborgo di Baghdad. Lo riferisce la polizia, precisando che l'attentato e' avvenuto nel quartiere di Karradah.




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24 marzo 2006

I resistenti irakeni amici del centrosinistra italiano

IRAQ: COMMANDO ARMATO ATTACCA PANETTERIA A BAGHDAD, 5 MORTI
4 DIPENDENTI DEL FORNO E UN POLIZIOTTO ACCORSO SUL POSTO
Baghdad, 24 mar. - (Adnkronos/Xin) - Un commando armato ha aperto il fuoco in una panetteria nel quartiere di Saidiyah, a sud di Baghdad, uccidendo 4 dipendenti del forno e ferendone un altro. Dopo l'attacco un poliziotto, accorso sul luogo, ha perso la vita nell'esplosione di un ordigno collocato davanti alla panetteria 'Al Sabah'. Lo riferiscono fonti del ministero dell'Interno, precisando che un altro agente e' rimasto ferito nella deflagrazione.




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4 dicembre 2005

Il Criminale dittatore Chavez ha paura di perdere

Venezuela al voto.

Mirko Molteni

Si svolgono oggi nel petrolifero Venezuela le consultazioni legislative, che chiameranno alle urne più di 14 milioni di elettori. In palio ci sono 167 seggi all’Assemblea Nazionale, cioè il Parlamento di Caracas, più ulteriori 17 seggi che spettano ai rappresentanti venezuelani in quei forum continentali definiti Parlamento Latinoamericano e Andino. Elezioni importanti, ma fortemente surreali, poiché i partiti d’opposizione hanno deciso il 1° dicembre di boicottarle dopo che avevano chiesto invano al consiglio elettorale nazionale di rimandare le consultazioni, dato il potere propagandistico del governo.
È un forte segno di protesta verso il “padre-padrone” del Venezuela odierno, il presidente Hugo Chavez. Al potere dal dicembre 1998, l’ex-colonnello dei paracadutisti ha trasformato il Paese in una “Repubblica Bolivariana” di ispirazione socialista, cambiando la costituzione e fondando il suo regime su un severo paternalismo intrecciato con una scaltra politica invisa agli Stati Uniti. Con una produzione di 3 milioni di barili al giorno il Venezuela è uno dei maggiori esportatori globali di greggio e Chavez ne ha incrementato il peso diplomatico con una serie di relazioni “pericolose” (dal punto di vista Usa) che coinvolgono Paesi come Cuba, Cina, Iran. Pur essendo un regime populista, la sua azione può comunque essere utile a creare dei contrappesi alla superpotenza americana.
Alle elezioni si presentano 16 partiti che sostengono il presidente, assicurandogli un consenso “bulgaro”. Fra essi, i maggiori sono l’Mvr, o Movimento per la Quinta Repubblica, il socialista Podemos e il “demo-patriottico” Ppt. All’opposizione troviamo invece il Pj (Prima la Giustizia) e due relitti del passato, la Accion Democratica (Ad) e il partito socialcristiano Copei che avevano governato il Paese fino a 7 anni fa.
Data la popolarità, o la fama demagogica, a seconda dei punti di vista, del presidente, la vittoria dei suoi fiancheggiatori è scontata e già traspariva da un sondaggio compiuto un mese e mezzo fa dall’Istituto Venezuelano di Analisi dei Dati. Secondo l’inchiesta, al 18 ottobre risultava che l’Mvr presidenziale contava da solo sul 39,8 % dei consensi, a cui andavano aggiunti il 3,8 % del Podemos e il 2,4 del Ppt. Dal canto suo, il Pj raccoglieva il 13,7 %, confermandosi l’unico partito d’opposizione a vantare un certo peso, essendo Ad e Copei bloccati ciascuno intorno al 2%.
Gli oppositori hanno lamentato il clima da concorrenza sleale in cui si è arrivati al voto. Anzitutto le misure populistiche di Chavez, che elargisce alla massa di poveri montagne di soldi tratte dalle entrate petrolifere, e anche in tal caso definirle clientelismi piuttosto che politiche sociali dipende dai punti di vista. Poi la vicinanza dei funzionari elettorali al presidente. Annunciando il ritiro della sua compagine dall’arena elettorale, il portavoce del Pj, Geraldo Blyde, ha detto: «Crediamo che un vero, autonomo e indipendente giudice elettorale non costringerebbe il popolo ad affrontare le elezioni in queste condizioni». Da Washington gli ha fatto eco il portavoce del Dipartimento di Stato USA, Sean McCormick, sottolineando: «I venezuelani, come tutti, hanno diritto alla libertà e a elezioni eque. Ci preoccupa che questo diritto sia sempre di più in pericolo».
Il 2 dicembre, all’indomani del ritiro dalle elezioni dei partiti d’opposizione, è sceso in campo lo stesso Chavez, che parlando in tv a reti unificate ha additato dietro questa mossa l’ombra del complotto americano, paragonando i partiti avversari a cani da guardia degli Usa. «Si è attivata - ha esordito il presidente - una nuova cospirazione contro il Venezuela e di questo non accuserò i cani, ma il padrone dei cani, il governo degli Stati Uniti». Hugo Chavez ha concluso il suo discorso televisivo lanciando una divertente sfida al presidente Usa: «Scommetto con lei un dollaro, signor Bush, vediamo chi resiste di più, lei alla Casa Bianca o io nel palazzo di Miraflores!».
Le controverse elezioni si svolgono in una fase economica molto vivace per il Venezuela. Si moltiplicano gli accordi internazionali, tanto che quasi ogni giorno si segnalano iniziative interessanti, anche per il nostro Paese. Proprio il 30 novembre è stato presentato a Caracas un importantissimo progetto che prevede la costruzione da parte di aziende italiane di quasi 1000 km di ferrovia destinati a collegare le popolose coste venezuelane col selvaggio entroterra. La delegazione di imprenditori italiani era accompagnata dai sottosegretari Adolfo Urso e Giampaolo Bettamio e durante l’incontro Chavez si è pavoneggiato inneggiando al “mio amico Silvio”, con evidente riferimento al primo ministro di Arcore. Per l’Italia è un affare da 7 miliardi di euro, per il Venezuela l’occasione di ripopolare il desolato Sud del suo territorio, alleviando la pressione demografica su Caracas e dintorni.
Il 1° dicembre si è poi ulteriormente rafforzato il legame del cattolico Venezuela con l’islamico Iran. È giunto in visita ufficiale il ministro dell’Industria iraniano, Alireza Thamasebi, che insieme al suo omologo venezuelano, Victor Alvarez, ha inaugurato una fabbrica di trattori a Ciudad Bolivar. Chiamato “VenIran”, lo stabilimento è frutto di un investimento congiunto di 35 milioni di dollari, al 51% iraniano e al 49% venezuelano. Essendo il cibo alla base di tutto, l’operazione è fondamentale e porterà alla produzione di 4000 trattori e altri macchinari agricoli nel solo 2006, assicurando a entrambi i Paesi un certo scambio tecnologico. Va anche ricordato che il sostegno del Venezuela all’Iran si è fatto sentire anche in tema nucleare, poiché Chavez ha spesso ribadito il diritto di ogni Paese a fare le sue scelte energetiche.



Vittima  degli  squadristi  di Chavez




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4 dicembre 2005

Appello italiano a sostegno della Birmania

LIBERTÀ DAL TERRORE E DALLA PAURA
Appello italiano a sostegno della Birmania

L’appello lanciato recentemente dall’Ex Presidente della Repubblica Ceca Vaclav Havel e dal Premio Nobel della Pace Desmond Tutu con la pubblicazione del rapporto sulla gravissima violazione dei diritti umani fondamentali in Birmania, non può essere ignorato.
La Birmania è un paese martoriato da decenni di violenta dittatura che ha imposto l’arbitrio come legge e come modalità di governo. Un paese che ha raggiunto il triste primato di essere il primo produttore di metanfetamine al mondo, il secondo per produzione di oppio, il primo per bambini soldato e numero di persone costrette al lavoro forzato. Un paese in cui la più autorevole leader politica e Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi è sottoposta dal 1989, tranne alcune interruzioni, agli arresti domiciliari.
Da troppo tempo si chiede inutilmente la liberazione della Premio Nobel della Pace Aung San Suu Kyi e degli altri leader politici, sindacali e religiosi, la cancellazione del lavoro forzato e degli altre violazioni dei diritti umani fondamentali e l’avvio di un serio dialogo tripartito con il coinvolgimento di tutte le parti interessate, procedure e scadenze condivise.
Gli effetti nefasti di questa dittatura non colpiscono solo la intera popolazione del paese, ma hanno pesanti ripercussioni politiche, sociali, e per di più anche di sicurezza, in tutta la regione e sul piano internazionale. L’Assemblea Generale ONU ha approvato ben 14 risoluzioni consecutive sulla Birmania. La Commissione ONU per i diritti umani ha approvato 13 risoluzioni consecutive. Tali risoluzioni chiedono l’avvio di negoziati tra la giunta militare al potere e il movimento democratico guidato dall’unico Premio Nobel per la pace in carcere: Aung San Suu Kyi e dai rappresentanti delle minoranze etniche, per la riconciliazione nazionale pacifica e la democrazia. Sia al rappresentante speciale di Kofi Annan: Ismail Razali, che al Prof. Pinheiro, Relatore Speciale della Commissione per i diritti Umani è stato vietato l’ingresso in Birmania, mentre al rappresentante OIL in quel paese viene limitato al minimo lo spazio di azione e movimento volto a sostenere la eliminazione del lavoro forzato.
Chiediamo pertanto con urgenza, al parlamento italiano, al governo, ai rappresentanti italiani presso il Parlamento Europeo e presso le altre istituzioni internazionali, di far si, come richiesto dall’ex Presidente Ceco Vaclav Havel e da Mons. Desmond Tutu, che: “ il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite esamini con urgenza la situazione birmana. La salvaguardia della pace, della sicurezza e della stabilità in questa regione e nel mondo ed il conseguimento della riconciliazione nazionale in Birmania non meritano nulla di meno”.
Chiediamo pertanto che Il Consiglio di Sicurezza ONU approvi una risoluzione sulla Birmania, che obblighi il regime militare a lavorare con il Segretariato Generale dell’ONU per la messa a punto di un piano nazionale di riconciliazione; che vi sia un resoconto periodico al Consiglio di Sicurezza; che gli aiuti umanitari possano liberamente e senza condizioni raggiungere le persone più bisognose e che si ottenga la liberazione immediata della Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi.
Inoltre, così come richiesto dall’ NLD, il partito di cui è leader la Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, ci appelliamo ai paesi membri del Consiglio di Sicurezza ONU, affinché non esercitino il loro potere di veto, contro l’ inserimento di questo punto all’ordine del giorno, sostenendo, viceversa, le proposte avanzate nel Rapporto stesso.
Nella foto: BirmanaSanSuuKyi

Per aderire si rinvia al sito: www.birmaniademocratica.org/




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14 luglio 2005

Cover your genital

Ali è un iraniano ex musulmano, ha abbandonato l'islam circa 25 anni fa . Per lui questa religione è da abolire completamente quindi è spesso criticato o accusato di razzismo. Ha ricevuto molte minacce di morte e infatti usa uno pseudonimo. Per lui le donne islamiche  sono 100% vagina per i musulmani ossessionati dal sesso. Ecco perchè si devono coprire.
Se uno conoscesse bene le ahadith scoprirebbe che Muhammad pensava solo al sesso e al jihad

 Cover your genital


This women thinks she is 100% vagina.

What is the subliminal message this woman is sending? The subliminal message is that every square inch of my body is private part, every square inch of it can make you horny. Therefore my entire body is an 'awrat, (lit. pudendum, genital) and I am a sex object from head to toe. People cover their private parts. This woman thinks her entire body is private part. Does this in anyway arouse respect? Only one who thinks with her genital may think so. 

These women think they are 96% vagina 4% people.

These women have determined that all their bodies, except their faces, are extensions of their genitals, including their heads. Thinking with their genitals they can't distinguish the difference between their hair and their pubic hair. To them both are embarrassing and should be covered. Thinking with their genitals these ambulant vaginas are fighting for the right to be humiliated, beaten and treated as sex objects. Next time you go out, ask yourself how much of your body is your genital. Cover your genital and go out.  
Spread this message and reproduce it in your site. Let all Muslim women know the world sees them exactly the way they see themselves and Muhammad described them - as 'awrat, pudenda, something embarrassing that has to be covered and
deficient in intelligence. They think of themselves as nothing but a big vagina. As a matter of fact the word "woman" in Urdu is 'awrat. In Iran she is called zaifeh (weak). She is regarded weak both mentally and physically. Muslim women strive to be treated as 'awrat, a walking talking vagina. Why should we think of them differently? Combat stupidity with humiliation.




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sfoglia     aprile       


 

                                         
 



Non andare in giro dicendo
che il mondo ti deve dare da vivere.
Il mondo non ti deve dare nulla :
era lì prima che tu arrivassi.

 

 

ControCorrente

Movimento d'opinione
che si propone di premiare
dare fiducia a persone
e politici che siano
garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore.
Sono garanzia di moralità,
capacità e rispetto del
popolo elettore:
 
 
Vota:Berlusconi,Angelilli

 
    
 

     

 
 
 
 
 
 
 
 
 

Fiamma Nierenstein
 
 

No alla Ue




ORIANA FALLACI



Tribute to Reagan


 

 
 
I comunisti amano
così tanto
i poveri da volerne
creare  altri

Noi cattolici diciamo  
si alla base americana
di  Vicenza

 






 

Vendere la RAI
con tutti i suoi parassiti.

Eliminare l'ente Provincia
che ha poche ragioni per
giustificare la sua esistenza
 e molte per suggerire
 lo scioglimento.


(IM)MORALISTI


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

        G.M.

 

Antonio Di Pietro salvò
i comunisti da tangentopoli.


 

 

Le bugie di Veltroni

 

 Le bugie di Prodi



 



 


    

 

 

 

 


 

 

 

 

 

Veronica

 

 

 




 



Immigrati




 

Il comunismo è una
giusta distribuzione
della miseria.


 




L'assemblea parlamentare del
 Consiglio d'Europa
ha approvato il 25 gennaio 2006,
con 99 voti a favore e 42 contrari,
una risoluzione presentata dal deputato
svedese Goran Lindblad a
nome del PPE, che condanna
 i "crimini del comunismo" equiparando
il comunismo stesso al nazismo.
Anzi, considerando che nel rapporto
che accompagnava la proposta
di risoluzione, intitolata "Necessità di
una condanna internazionale dei
crimini del comunismo", si accredita
la cifra di quasi cento milioni di morti
 causati direttamente o
indirettamente dal comunismo,
quest'ultimo risulterebbe addirittura,
almeno come numero di vittime,
 di gran lunga peggiore del nazismo. 
 
 
METTERE FUORI LEGGE
I PARTITI COMUNISTI IN ITALIA,
come sono stati messi fuori legge
il partito fascista in Italia e
il partito nazional socialista in Germania.



 





Se li abbandonate i
bastardi siete voi


islam fuorilegge vìola
 i fondamentali diritti
degli uomini e delle donne.






islam in azione


 

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VIDEO DONNA FRUSTATA IN SUDAN -

 

 










 


La resistenza non è mai esistita,
è solo frutto della propaganda
dei comunisti.
Indro Montanelli.

 



 
 
 
 
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